“Una volta ho sognato…”: la gentildonna
11 Marzo 2010
Mi si chiede di parlare di sogni, e dei miei posso sicuramente dire che sono di solito piuttosto articolati e amano lasciare impronte: la maggior parte delle volte appena sveglia riesco a ripescare almeno le sensazioni e ogni tanto anche qualche immagine. Per un periodo relativamente breve della mia vita questa consuetudine si è interrotta e l’impressione era quella di non aver sognato affatto: il risveglio era semplicemente come riaccendere la luce in una stanza buia, nessun senso di smarrimento e sospensione tra sonno e realtà. Poi i sogni sono tornati a farsi ricordare e soprattutto i primi, forse per una sorta di reazione al nulla che li precedeva, la mattina sono rimasti impressi in maniera così vivida e precisa da sembrare spezzoni di un film. Uno dei primi è questo che all’epoca ho voluto appuntare e cercato di riassumere con una fotografia.
Sto andando in qualche posto, forse cercando qualcuno. Attraverso un gruppo di case basse e bianche notando che tutto è molto silenzioso, tanto da non riuscire a capire se ci sia qualcun altro nelle vicinanze. È una bella giornata, c’è una luce molto intensa e quando alzo lo sguardo sopra di me il cielo è limpido e di un blu perfetto. Più in là, verso destra, vedo una coperta di nuvole uniforme, bianca, soffice, innocua che si allontana con moto costante e sostenuto. Riabbasso lo sguardo, intorno ancora nessuno. Mi volto, ricomincio a camminare e all’improvviso qualcosa mi dice di voltarmi e riguardare il cielo: le nuvole stanno continuando il loro viaggio in direzione opposta alla mia, sembra tutto ok. Poi, all’improvviso, stop: le nuvole si fermano, come bloccate. È troppo strano, penso sia solo un’illusione e guardo meglio: ora stanno addirittura tornando indietro verso di me, con lo stesso andamento costante con il quale si allontanavano prima. Mi accorgo però di qualcosa che inizia a formarsi uscendo da sotto la coltre: uno, due, tre…conto quattro imbuti che crescono a vista d’occhio. Non c’è dubbio, si tratta di trombe d’aria: mi occorre un riparo. Giro a sinistra e entro in una delle case; la mia non era solo un’impressione, non c’è proprio nessuno. Cosa si fa in questi casi? Non so, intanto chiudo le finestre. Ma quante ce ne sono? Mi affaccio in tutte le stanze e sono tutte uguali, tutte vuote; nessun mobile, nessun essere umano. C’è solo una vecchia finestra, è molto rovinata e non sembra proprio qualcosa che possa resistere a un tornado. Comunque io chiudo, pensando che sia meglio di niente. Mi guardo intorno, davanti a me c’è l’ultimo spiraglio di luce. La mia mano sinistra è già sull’anta, il braccio prima spinge e poi si piega, accompagna la spalla e l’orecchio per il gesto successivo: appoggiarsi, ascoltare. Buio.
La gentildonna è persona di buon gusto e di solito molto pacata; però quando vede qualcosa che le piace veramente sgrana gli occhi e si trasforma in una bimba raggiante pronta a scattare.
Dada e InPausa: non sono solo canzonette
7 Marzo 2010
Pensavate mica che dopo San Valentino sarebbe tutto finito? E invece no. InPausa e Dada continuano a regalarvi canzoni da ascoltare in qualsiasi momento della giornata. Perché a volte si ha bisogno proprio di quella canzone lì, per svoltare la giornata.
Grazie a Dada, procurarsela è molto semplice: è sufficiente registrarsi su InPausa per ottenere il codice promozionale che dà accesso all’universo musicale di Dada.it. Il codice permette di scaricare gratuitamente 7 canzoni dal database di Dada, tutta musica legale al 100%, senza DRM e in formato mp3. Una promozione che continua, perché dopo le canzoni d’amore vengono tutte le altre canzoni della nostra vita. Incluse quelle di disamore, hai visto mai.
“Una volta ho sognato…”: Intweetion
4 Marzo 2010
I sogni son dei posti sicuri (quasi)
Io, i sogni,
c’ho due problemi
fondamentalmente.
Il primo è che
li faccio con la regia.
Controcampi mai
ché se ti vedi in viso nei sogni
mi dicono che non stai bene
e io proprio bene non è che sto,
però insomma
‘manco ’sto disastro.
Dicevo, un problema
è che sogno con la regia
discreta, pure:
tutti dei movimenti di camera
vedeste che robetta.
Il secondo problema
coi sogni
è che c’ho le ambientazioni
ricorrenti:
fa’ conto
dei posti a me ignoti
che ci ambiento le cose oniriche
quindi noti, poi, col tempo.
Infatti ogni tanto
nel sogno mi dico:
ah, occhei, sono qui
controllo che sia tutto a posto
mentre la storia si dipana.
Allora una volta
ho fatto una prova
mi son detto:
vediamo se ci lascio qualcosa
vediamo se poi ce la ritrovo.
Son passati dei mesi
ché le ambientazioni sono tre o quattro
quindi a rotazione
ci vuole un po’
e insomma ritorno
sul set “Casa-bianca-vicino-al-mare
con-la-finestra-panoramica”
e controllo.
Metto la trama in stendbai,
mi guardo attorno:
oh, non ci crederete,
ma c’era.
Lì,
tra l’infisso della finestra
mezza aperta
e il muro bianco
della casa bianca
(vicino al mare).
Pazzesco.
Poi il sogno
è finito troppo presto
avevo perso tempo.
Però vuoi mettere
la soddisfazione di trovarti anche
quando penso di averti nascosta per bene?
Massimiliano Lancioni, aka Intweetion, è un grafico e illustratore. Quando non scrive post in versi, mette dischi ed è romantico.
Foto di rremundo
“E se ti dico ‘rosso’…?”: nessuno
18 Febbraio 2010
Il rosso. Il mio colore preferito. Sì, mi piace proprio: così vivo e così caldo. Mi piace così tanto che vedere tutto questo rosso in giro in questi giorni pre S.Valentino mi disturba: come se arrivassero orde di barbari a profanare ciò che è mio. Io odio S.Valentino, anzi di più, ignoro volontariamente questa festa. Sì certo per via del suo lato consumistico ma anche perché tutto ciò che è sentimentalistico mi provoca reazioni allergiche brutte a vedersi; l’uso smodato di melensi piciù piciù, pissi pissi e il codazzo di diminutivi che abbonda in questi giorni mi rimesta le trippe con spasmi che nemmeno la magnesia; le vocine infantili provenienti da corpi che hanno passato abbondantemente i cinque anni di vita mi regalano nausee che mi varrebbero almeno la medaglia d’argento in una competizione tra donne al secondo mese (va be’, facciamo di bronzo).
Poi succede che mia figlia di otto anni mi telefona per raccontarmi i risultati della sua pagella e dopo mi annuncia festosa:
Figlia: “Oggi mi sono fidanzata!”
Io: “Che?”
Figlia: “Oggi mi sono fidaanzaataa!”
Io: “Che?”
Figlia: “Oggi mi sono fidaaanzaaataaa!”
Io: “Che?”
Immediatamente capisco che non sono capace di giocare, trovo qualcosa di convenzionale in un siffatto annuncio e la piglio seriamente in modo evidentemente fuori luogo trattandosi di una bambina di otto anni.
Io so di essere pronto a trattare tutti quegli argomenti che lei non affronterà con me, come il sesso e i suoi collaterali e complicanze; ma sui sentimenti mi sento impreparato e non posso fare a cambio. Ma giuro che sul resto la so e sarei fantastico; o almeno sopra la media. Non avrei preconcetti, sarei aperto, onesto, privo di morali antiquate. Saprei essere scientifico, filosofico, financo romantico e riuscirei anche a non essere (troppo) geloso. Ma sono il padre e nei quattro anni che vanno da qui a quando non mi darà più ascolto, questi argomenti sono troppo abbozzati. Dopo sarò un trombone e amen.
Ma adesso… lei gioca a fare la grande e giocando apre una di quelle scatole dalle quali salta fuori un pupazzo a molla. Quel pupazzo, ci giurerei, ha la faccia della mia diseducazione sentimentale, mi fa bu! e l’istante che passa tra il mio spavento e il ridere di me stesso mi sembra troppo lungo. Altro che quattro anni.
Luigi Serra, nessuno (come Ulisse) sulla rete, è l’autore di No-Luogo, nonché il papà della palindroma e bellissima AnnA.
Foto di amy_b
“E se ti dico ‘rosso’?”: Mitì Vigliero
11 Febbraio 2010
Ti rispondo che mi viene in mente, in un arruffato fil rouge di pensieri, la vita umana in tutte le sue contraddizioni.
Partiamo dall’origine della parola, il latino rŭssu(m), letteralmente “il color rosso della carne”: non per nulla il rosso è simbolo d’amore e sesso in ogni sua sfumatura. È rosso come il sangue il colore della passione, a luci rosse sono i discorsi “arditi”, si regalano rose rosse alla donna amata e rossi sono i cuoricini che imperversano sulle cartoline di San Valentino.
Però il rosso è anche simbolo del male e del crudele: rosso era nel Medioevo il colore del Diavolo, che veniva dipinto con la pelle rossa come le fiamme dell’Inferno. Persino le persone dai capelli rossi un tempo erano mal viste; in Europa in genere perché rossi erano i capelli e le barbe dei vichinghi o di altri barbari nordici invasori. Un proverbio veneziano dice “Rosso malpelo, cento diavoli per cavelo”, e proprio a Venezia le uniche che potevano tingersi i capelli di rosso erano le prostitute. Nell’area più a Sud invece, la diffidenza era data dal fatto i capelli rossi erano rarissimi e quindi i rossi di pelo e di crine erano considerati un vero e proprio “monstrum” (prodigio, cosa assolutamente inusuale e diversa dal solito): perciò, come ogni diversità, provocavano disagio e paura.
Ma rosso è anche considerato ovunque il benefico e salvifico colore tradizionale del Natale e sin dall’antichità era un gran portafortuna: rosso corallo, come i cornetti antimalocchio. E a Capodanno s’indossano mutande rosse, usanza anglosassone nata per difendersi dalle streghe incontrate nella notte di San Silvestro, che lanciavano maledizioni agli uomini proprio in quel punto lì.
Rosso è poi il colore dell’ira furibonda; quando si vede rosso come i tori nell’arena davanti alla muleta, e si parte a testa bassa per distruggere. Ma è pure tinta terapeutica: la medicina popolare italiana prescriveva di legare un filo rosso attorno a polsi e caviglie slogate, e di fasciare con una sciarpa di lana rossa le schiene doloranti. E rossi sono tutti i frutti più golosi e ricchi di vitamine: ciliegie, fragole, lamponi.
Caratterizza gli stati d’animo, il rosso: se si è imbufaliti, la faccia diviene rossa come un gambero per la pressione alzata dalla rabbia; se si arrossisce invece per timidezza e pudore il viso è rosso papavero, se imbarazzato o vergognoso per una colpa è rosso peperone.
Infine, il massimo della contraddizione il rosso lo raggiunge nel proverbio “Rosso di sera buon tempo si spera”, che ha il suo controcanto nell’altro “Rosso di sera, tempesta e bufera”: e poi uno si chiede perché scoppino le guerre…
Mitì Vigliero, anche nota come Placida Signora, è diventata celebre con Lo stupidario della maturità, esilarante e deprimente raccolta di assurdità pronunciate dai maturandi e da lei stessa raccolte durante gli anni dell’insegnamento. Ora fa la giornalista e la scrittrice umoristica, ed è la zia ad honorem della blogosfera italiana.
Foto di rvw
Signorina Fiamma, una rossa in cucina
9 Febbraio 2010
Sul web si chiama Signorina Fiamma, nella vita normale è Ilaria Mazzarotta, ex redattrice del recentemente defunto Condor e blogger. Proprio dal suo blog Due cuori e un fornello nasce l’omonimo libro, edito da Kowalski, che esce in tutte le librerie il 10 febbraio 2010. In questo mese dedicato al rosso e all’amore, ci siamo fatte raccontare un po’ della genesi del libro, e di cosa vuol dire cucinare per amore.
La cucina ti piace così tanto da aver fatto del raccontarla un mestiere. Cosa ti dà? Cosa ha fatto scoppiare la passione fra te e la più quotidiana delle mansioni domestiche?
Amo cucinare da sempre. Da piccola osservavo mia nonna e mia madre mentre preparavano piatti semplici, quotidiani, ma sempre speciali, poi ho cominciato a stare davanti ai fornelli e non sono più riuscita ad allontanarmene. Cucinare è una delle poche attività quotidiane che riesce a coinvolgere ogni volta tutti i sensi contemporaneamente e raccontare quello che avviene in cucina prima e a tavola poi è, per me, il prolungamento naturale di quel crescendo di sensazioni.
Il tuo blog, ora diventato libro, racconta della vera essenza della cucina casalinga, quella cucinata con il cuore per un uomo che altrimenti si nutrirebbe di surgelati. Come ti è venuta l’idea?
Più che “venirmi l’idea” direi che mi è capitata tra le mani un’occasione: andare a convivere con un uomo di dieci anni più grande di me, viziato e che non ha idea di cosa significhi cucinare (a parte i surgelati e i popcorn nel microonde) è una vera miniera di aneddoti culinari e di coppia.
Confessa: hai mai usato il cibo come surrogato dell’amore, come facevano le nostre mamme che ci ingozzavano di delizie pesantissime per dimostrarci che ci volevano bene?
Certo! Cucinare è il mio modo (uno dei principali) per esprimere l’amore che provo: cucino per i miei genitori, per i miei amici e, soprattutto, ogni sera per il mio compagno. Non mi piace la definizione ”surrogato dell’amore” perché cucinare per qualcuno è un vero e proprio atto d’amore.
Le verdure sono la bestia nera di molte cuoche domestiche, che non sanno mai come prepararle senza cuocerle troppo o troppo poco, e tantomeno sanno insaporirle in modo da renderle appetitose ma non pesanti. Qual è il tuo piatto di verdure preferito?
Personalmente amo le verdure, mi piacciono anche semplicemente cotte al vapore e condite con un filo d’olio e un goccio di limone. Per farle mangiare al convivente invece mi devo dare un po’ più da fare: ratatouille, sformati, verdure saltate in ogni modo…
Gli uomini si prendono ancora per la gola? O è sempre stata una pia illusione?
La gola è uno dei vizi capitali e in quanto tale una vera tentazione, ma se la prima tentazione non siamo noi cucinare serve a poco! Saper cucinare e prendere per la gola un uomo può essere un buon biglietto da visita e un’ottima assicurazione per la vita, in mezzo però ci siamo noi: il nostro carattere, il nostro charme e la nostra capacità di sedurre l’uomo che desideriamo.
Un consiglio a quelli che non sanno cucinare ma vorrebbero tanto imparare a farlo?
Prima regola: comprare degli ottimi ingredienti di base, la qualità in cucina conta più della quantità. Seconda regola: comprare almeno un libro di “cucina di base” e leggerlo con attenzione prima di mettersi ai fornelli. Terza regola: sperimentare! Se proprio volete, potete andare a qualche scuola di cucina, ma sceglietela bene perché spesso sono una fregatura.
Un’ultima cosa: ti è capitato di usare il Convivente come cavia umana apposta per il libro?
Sempre! Ma ci tengo a dire che per il libro non è stata usata alcuna forma di violenza sul convivente.
Un libro per iniziare l’anno con… Blimunda
26 Gennaio 2010
“Oserò essere più duro del sole, più glaciale delle nevi, oserò entrare, senza conoscere l’esito, in quelle pagine da funambolo che mi era così facile scrivere? Uomo dell’aria, tu colora col sangue le ore sontuose del tuo passaggio fra noi. I limiti esistono soltanto nell’anima di chi è corto di sogni”.
Un po’ di retorica gliela perdoniamo, a Philippe Petit, sì? Siccome ha passeggiato su un cavo teso fra le Torri Gemelle buonanima e in bilico sulle cascate del Niagara, direi che possiamo farlo.
Il suo Trattato di funambolismo ha inaugurato il mio 2010. Ed è stato un più che degno sostituito di quelle inutili liste di buoni propositi che mi ostinavo a fare, per trovarle lettera morta già a metà gennaio.
Tra il saggio filosofico, l’autobiografia e un improbabile manuale per aspiranti funamboli, questo libro è trasparente, aereo, leggero come l’aria che Petit attraversa sul suo cavo. Racconta sì che “I limiti esistono soltanto nell’anima di chi è corto di sogni” ma anche, più banalmente, l’importanza della volontà, della ripetizione infinita di un gesto per renderlo impeccabile, dell’amore sconfinato per ciò che si fa. A me ha fatto riflettere su quante volte butto via le mie giornate di malavoglia, lavoro al minimo delle possibilità, spreco tempo inutilmente, non metto passione in ciò che faccio. Ma credo che ognuno ci possa trovare un suggerimento, un consiglio, un’ispirazione.
Per cui, leggetelo perché è delizioso, surreale, divertente.
E anche perché è scritto da un uomo che di mestiere saltella su un cavo teso fra le guglie di Notre Dame. Ma trova il tempo e la sensibilità di avvolgere con pezze di lino i tronchi degli alberi ai quali aggancia il cavo, per non rovinarli. Sicuramente ha qualcosa da insegnare.
Blimunda è il nom-de-plume sul web di Barbara Sgarzi, giornalista e scrittrice. Ha pubblicato Bimbo a bordo, un manuale di sopravvivenza per mamme contemporanee (Morellini editore) e curato per Rizzoli Il tarlo della lettura, antologia delle migliori recensioni su aNobii, il social network dei lettori. Compra troppe scarpe.
Foto di JP Puerta
Un libro per iniziare l’anno con… signora maria
19 Gennaio 2010
Per iniziare l’anno ho scelto Guida all’Eleganza – per la donna che desidera essere vestita bene e in modo adatto in ogni occasione di Genevieve Antoine Dariaux.
Lo so, il titolo sembra una battuta di Zoolander (”E mille modi di acconciarsi i capelli!”), ma questo non è un manualetto scemo per vestirsi bene. L’eleganza, e non sono certo io a doverlo dire, non è una stupidaggine.
Mi ricordo ancora quando l’ho comprato, alla Feltrinelli di Corso Buenos Aires, a Milano, con un collega di lavoro.
Lui lo sfoglia, poi mi dice: “Oh, ma è del ‘64, non sarà un po’ passato di moda?”
Io lo guardo con superiorità, povero ignorante: “Perché, secondo te qualcosa che ha a che fare con l’eleganza può essere stato scritto DOPO gli anni ‘60?”
Lui abbassa lo sguardo, vergognandosi di aver osato opinare su qualcosa che non è di sua competenza.
Il libro esamina tutto lo scibile umano in tema di eleganza per signore, in ordine alfabetico: dagli Abiti ai Mariti (e amanti), alle Occasioni Pubbliche e Particolari, ai Weekend, agli Yacht, alla Zoologia (il cui capitolo si chiude consigliando il miglior colore per il collare dell’animale da compagnia).
Le chicche imperdibili sono tante, spesso brevi e di un’ironia fulminante, come le due righe e mezza del capitoletto “Ginocchia”:
Il proverbio “Pour vivre heureux, vivons cachés” (”Se vuoi vivere felice, vivi nascosto”) è stato inventato per loro.
Adorabile. L’ho tenuto sul comodino per un’infinità di tempo.
Ma per quale motivo dovrei seguire i dettami di questa qua, io che al massimo del mio splendore indosso le scarpe sottomarca, io che i gioielli che mia madre ha messo da parte per me forse non li indosserò mai non tanto per mancanza di voglia quanto per mancanza di occasioni sociali adatte, io che il gros grain non so neanche com’è fatto, io che non vado alle feste da cocktail, quelle che non è il vestito da sera, ma quello da cocktail, che va indossato?
Non è questione di seguire i dettami, ma di avere chiari i canoni. Poi ti alzi la mattina e scopri che tutti i calzini buoni sono nel cesto del bucato da fare, e rimangono solo quelli orrendi a righe arancioni, possibilmente quasi bucati. (Tanto, a parte te e lo stivale sottomarca, non lo saprà mai nessuno.)
Sapere che c’è un luogo e un modo per tutto, anche se poi le cose non vanno mai così, anche se il caos ha sempre la meglio e mantenere il contegno è impossibile, per me è fondamentale. Il genere di cosa che mi piace avere chiara, ogni volta che inizia un nuovo anno. Un po’ come i buoni propositi: poi fai l’esatto opposto, ma ne hai bisogno.
Buon 2010 a tutti.
*Nessuno stivale sottomarca è stato maltrattato durante la scrittura di questo post.
**L’autrice del post si riserva il diritto di indossare i pantajazz in casa.
signora maria (minuscolo suo) è l’ineffabile autrice del blog omonimo.
Foto di TenthMusePhotography
Bookcrossing: libri in viaggio
14 Gennaio 2010
Per me, che mi affeziono ai libri come alle persone, lasciarne uno su una panchina sarebbe come abbandonare un bambino. Una concezione non proprio zen dell’oggetto, ma i libri sono come porte su altri mondi: separarsene è come gettare via la chiave. I libri brutti, invece, non li vorresti far circolare: sono mondi che non meritano di essere visitati. E allora li tieni lì a prendere polvere, come segreti inconfessabili, testimonianza del tuo cattivo gusto.
C’è invece chi i libri li legge una volta e mai più, e dopo che li ha letti li vuole condividere. Li lascia su una panchina, in un bar, in un ristorante, in chiesa, in un negozio di abbigliamento, sull’autobus, in aeroporto, ovunque possano essere trovati e letti da nuove persone. Questa pratica si chiama “bookcrossing”, e in Italia è sostenuta e seguita da un sito apposito, che oltre a incoraggiare il bookcrossing con apposite iniziative permette anche a chi ha trovato un libro di inserire il codice BCID con cui lo ha contrassegnato chi lo ha “liberato”, e in questo modo contribuire a tracciare gli spostamenti del volume.
Un modo di vivere i libri che l’editoria digitale non potrà mai sostituire.
Foto di adriagarcia
Un libro per iniziare l’anno con… Lawrence Oluyede
12 Gennaio 2010
Abbiamo tutti il desiderio di migliorare la qualità della nostra vita sia dal punto di vista materiale che da quello immateriale. Ultimamente, mi è capitato di visitare siti che propongono mille ricette per il successo o per cambiare la propria vita: alcuni sono venditori di fumo, altri invece contengono pillole di saggezza. Ispirato da una recensione di un blogger che stimo molto ma anche dalla mia attitudine degli ultimi mesi, sono corso a ordinare online il libro The Happiness Project, scritto da Gretchen Rubin.
The Happiness Project è anche un blog che sprizza positività da ogni post. Lei non è una sedicente guru della felicità, non dice di avere la saggezza o la chiave di tutto nel cassetto, né predica tecniche come quelle perseguite da Jim Carrey nel film Yes Man (che vi consiglio comunque di vedere). È una persona normale, una persona che ha provato a scrivere un libro per raccontare che la felicità si può raggiungere in piccoli passi, con costanza e determinazione.
Io non vedo l’ora di leggerlo, questo libro, e voi?
Lawrence Oluyede è l’autore del blog Nero per caso. Nigeriano, vive e lavora in Italia e fa bellissime fotografie. Si commuove davanti a Robert Capa e Mimmo Jodice.
