Blogger in vacanza #5 – Marco Morello

29 Luglio 2009

Corri, corri.
Ma ‘ndo corri? Qui c’è un caldo che si crepa, una cosa che non puoi capire: l’asfalto ti butta in faccia secchiate roventi, e tu corri. Ma ‘ndo corri? Dove vuoi andare. Qui c’è un’afa che quando respiri sembra che t’hanno messo un tostapane nei polmoni. Se ti appoggi a un paletto per fare lo stretching ti si griglia la mano. C’è una calura che vedi l’aria fare le onde e là in fondo, ne sono certo, un baracchino che vende granite sullo sfondo di un sontuoso castello di palme – un miraggio? E tu corri. Ma ‘ndo corri? Qui dietro c’è un baretto con i tavolini in ombra, sta proprio in un corridoio di palazzi che sembra la galleria del vento, un barettino miracolato dall’aria e dall’ombra, che perdippiù ti vaporizza addosso aria fresca refrigerata, con una visuale privilegiata sui lavori in corso per i nuovi parcheggi sotterranei, anche se fuori, di auto parcheggiate non ce n’è quasi più: tutti al mare, tutti in montagna, tutti a Pamplona. E tu corri. L’abbigliamento è tecnico, quindi in linea del tutto teorica il sudore evapora a contatto con il tessuto brevettato, ma hai una faccia così rossa, i capelli così appiccicati alla testa, le sopracciglia che gocciolano sugli occhiali: stai sudando come una spugna. Corri. E c’è una cosa assurda, la noto per sbaglio, ma mi costringe a seguirti con lo sguardo. Mentre ti avvicini con questa corsetta lenta e schizzi sudore a ogni saltello, io stacco la bocca dal mio aperitivo, guardo la tua faccia paonazza per poterti schernire tra me e me, e vedo che stai ridendo. Non hai delle cuffie nelle orecchie. Non corri con un amico che ti ha appena raccontato la barzelletta della donna che entra in un caffè… hai un sorriso lieve e profondo come quello che ti può scappare quando ti fanno un gran bel massaggio. Tu corri nel caldo atroce di una città inquinata con il sudore che di brucia la mucosa degli occhi e il sapore di polvere dei lavori in corso nella bocca. E ridi.

Ecco. Hai rovinato tutto. Le patatine del mio aperitivo tornano a essere Il Nemico. La moderata quantità di alcool presente nella mia bevanda, un Vero e Proprio Veleno. La mia ostinata sedentarietà camuffata da lavoro intensivo, Un Atteggiamento da Contrastare. Hai rotto il giocattolo della pigrizia. Mi hai fatto tornare la voglia. Me lo ricordo che ridevo anche io, dopo una salita, in fondo a una discesa, a ogni occasione che mi facesse sentire le ali alle gambe o la forza della determinazione. Sei una carogna, runner del sabato pomeriggio. Tutti a fare shopping chiusi nei negozi con l’aria condizionata a manetta e tu qui a correre con quel contagioso sorriso idiota sulla faccia.

Mi tocca andare a comprare un nuovo paio di scarpe da corsa. Ci sono i saldi.

Foto di Osbomb

Blogger in vacanza #3 – Marco Formento

15 Luglio 2009

vacanze_blogger_topArrivato il caldo appena posso stacco tutto, e lascio la città. Per un’altra città, possibilmente grande, cosmopolita e caotica. Non tipo Parigi che ti accoglie indolente con quella sapiente aria vissuta e le delizie della di vita di quartiere. Insomma ad agosto New York e non Bora Bora. Non so nemmeno dove sia Bora Bora e, peggio, se si scrive così. So che l’argomento scandalizzerà alcuni, ma cosa posso dire? Mi fa orrore l’idea di passare i pomeriggi di ferie, adagiato sul fondale marino di un atollo convistamozzafiato, come scrivono immancabilmente magazine e brochure di viaggio, a vis-à-vis con le triglie tropicali. O le cozze. Volete mettere, dico per dire, le serate a passeggiare sulla Broadway o i pomeriggi persi da Shakespeare&Co. a rovistare tra scaffali impolverati? Le colazioni al caffè del Guggenheim, o un incontro casuale sulla Madison con Woody Allen provvisto di clarinetto? Le città, bisogna avere fiducia nelle città, perché è li che gli spazi diventano interamente umani, che ogni luogo diventa esperibile senza essere per questo piatto. La città insomma è una natura più ragionevole e doable. Lo spiegava anche Sherlock Holmes ad un incredulo Watson, in viaggio verso l’ennesimo mistero. E infatti anche Londra può andare, con la sua geografia caotica e le mille variazioni etnologiche dell’inglese, se il nostro budget è troppo stretto per New York o Tokyo. Basta che anche quest’anno non sia Bora Bora.

Foto di Osbomb

Blogger in vacanza #2 – la rigattiera nera

7 Luglio 2009

Ai nostri tempi, signora, c’era la villeggiatura.
Il povero babbo restava in città e noi al primo di luglio partivamo per la campagna, al paese della mamma.
La cara nonna lo diceva sempre, col tempo e colla paglia maturano le nespole: e noi, uguali. Chi moveva i primi incerti passettini, chi allungava i pantaloni, chi aggiungeva un cerchio alla gonna: ad ogni nuova estate, la meraviglia ci accompagnava attraverso lo sguardo dei nostri cari anziani che aspettavano tutto l’anno solo per vederci.
Avevamo una casetta per noi ma si pranzava tutti insieme sotto al pergolato dei nonni.
La nonna, grand’arca di sapienza culinaria, sapeva come prenderci alla gola e i più ghiotti profumi si spandevano ogni mattina nel tinello. I prodotti dell’orto, una gallinella grassa ripiena, l’arrosto che arrossava lento nella cucina economica… un bicchiere di vino schietto che a noi ragazzi faceva buon sangue… E chi mai potrà scordare il profumo di crema che si friggeva per la merenda?
Un’estate, in particolare, fu indimenticabile. Il nonno, conscio di avere maritato un angiolo dalle più tenere virtù, aveva regalato alla nonna un bel forno di campagna per cuocere il pane… un vero e proprio lusso!
La novità fu accolta con freddezza dai giovani villeggianti: l’intruso ci avrebbe privati dell’incarico di portare, ogni giorno, la pagnotta a cuocere dal fornaio. Quel compito ci fruttava molto bene: una mela caramellata, un pezzo di croccante, alle volte perfino il tè con le tartine bene imburrate oppure un soldino. Furono convocati gli stati generali e si decise per il boicottaggio. Tutti noi, a turno, accusammo malori di varia natura. Chi l’indigestione, chi il male di pancia, chi l’avvelenamento. L’avemmo vinta: fu decretato che il macchinario era difettoso, che quelle diavolerie moderne nuocevano alla salute dei grandi e dei piccini. Il forno fu restituito al negozio e si tornò all’ordine.
Quell’anno, tornati in città, portammo un tesoro di caramelle d’orzo, violette candite e cotognata coi cristalli di zucchero, dono della nonna per “rifarci la bocca e lo stomaco”.
Ah, che tempi!

Foto di Osbomb