Il cinema è sogno
9 Marzo 2010
La sequenza onirica è il momento più liberatorio per i cineasti: abbandonata ogni pretesa di realismo, si può giocare con gli angoli, l’editing, i controcampi, le luci. Abbiamo scelto per voi cinque sequenze oniriche che ci piacciono, e ve le presentiamo qui di seguito.
L’arte del sogno (The Science of Sleep, Michel Gondry, 2006)
Stéphane vive in un mondo tutto suo. È innamorato di Stéphanie, la sua vicina di casa, ed è anche portato a fare sogni vivissimi e intensi, come questo (con un’animazione in stop-motion da applausi).
Ritratto di signora (The Portrait of a Lady, Jane Campion, 1996)
Lo stile di Jane Campion è sempre molto visionario, ma questa sequenza utilizza il linguaggio del sogno per raccontare il cedimento esistenziale della protagonista del film. Isabel Archer, giovane e indipendente ereditiera, cade nella trappola del seducente Gilbert Osmond, un collezionista d’arte che vuole aggiungere lei (e il suo patrimonio) alla sua raccolta d’oggetti preziosi. Ecco come la regista racconta il delirio in cui Isabel, incapace di difendersi, inevitabilmente cade.
Io ti salverò (Spellbound, Alfred Hitchcock, 1945)
La psicanalisi arriva al cinema in questa sequenza disegnata da Salvador Dalì per Hitchcock.
Waking Life (Richard Linklater, 2001)
Il mondo dei sogni è il territorio di questo film originale, realizzato con la tecnica del rotoscope. In questa sequenza si parla di come è possibile pilotare i propri sogni in modo da visualizzare quello che si desidera, in una sorta di sogno vigile.
Donnie Darko (Richard Kelly, 2001)
Donnie è morto, ha sognato, ha viaggiato nel tempo? Il film di Richard Kelly è diventato un culto anche grazie alla varietà di interpretazioni possibili. La sequenza finale non chiarisce il dubbio, ma lo alimenta.
Cinque canzoni per… vedere rosso
25 Febbraio 2010
Il rosso è stato il tema di tutto questo mese, e come di consueto chiudiamo con una playlist appropriata. Fra le tante canzoni che citano il colore rosso, ne abbiamo scelte cinque che magari non ascoltate tutti i giorni, e qualcuna che forse non avrete mai sentito.
Rosso - Niccolò Fabi
Letteralmente. Un vecchio successo di Niccolò Fabi che ci calza proprio a pennello. Come il vestito rosso che lei indossa al funerale di lui.
Pesciolino rosso – Henri Salvador
Ci sono canzoni che sono piccole oasi di gentilezza. Questa è una di quelle.
Red Red Wine (Edit) – UB40
Un classico della malinconia eighties.
Red Dress (Radio Edit) – Sugababes
Si può dire molto delle Sugababes (incluso che non ce n’è più neanche una originale in formazione), ma i loro singoli sono sempre di una precisione assassina.
Rosso relativo (Sigmatibet Remix) – Tiziano Ferro
Un bel remix del successone di Tizianone.
Foto di oldcockatoo
Uno scrittore al mese: Rosella Postorino
23 Febbraio 2010
InPausa inaugura una nuova rubrica: ogni mese, una breve intervista botta-e-risposta a uno scrittore. A metà strada fra il questionario proustiano e l’intervista curiosa a chi vive circondato dalle parole. Buona lettura (in tutti i sensi!)
Questa è la tua occasione: dimmi qualcosa che ti inserisca di diritto nel Pantheon degli scrittori seri. Un tratto distintivo da intellettuale: fumi la pipa? Ascolti solo Santana mentre scrivi? Butti giù le idee quando sei nella vasca da bagno? Ce li avrai anche tu, dei tic da artista.
Io ho diversi tic ma non credo siano da artista, quindi forse è meglio se li tengo per me.
Per scrivere, però, ho sempre bisogno di una finestra e di una porta chiusa.
Scrivere romanzi: fatica mostruosa o divertimento assurdo?
Quando hai già buttato le basi e vedi il romanzo crescere come una casa mattone dopo mattone è un piacere che non si può dire. Mentre scrivi il romanzo è come se fossi sempre altrove, dove si svolge la storia che stai scrivendo. Può durare diversi mesi o anni. Forse è per questo che, quando ne esci, ti senti smarrito, e un po’ vulnerabile, come con ogni forma di dissociazione. Una fatica mostruosa.
Hai mai scritto o vorresti scrivere in una prima persona del sesso opposto al tuo? Se sì, com’è? Se no, perché?
Sì, mi piacerebbe molto. per ora l’ho fatto in prima persona solo con la voce di un bambino, in un racconto.
In realtà, nella prima stesura, il mio secondo romanzo era polifonico, e tra le quattro voci narranti c’era anche il padre, il personaggio che amo di più. Anche se poi ho scelto di usare la terza persona per tutti, ho comunque esplorato a fondo la coscienza dei miei personaggi, e credo che l’uomo, il padre appunto, sia uno dei più riusciti. Mi chiedi com’è scrivere con la voce del sesso opposto: se il personaggio esiste davvero, è semplicemente necessario.
Qual è stata la prima cosa che hai scritto per te stessa (quindi non valgono i temi delle elementari o le letterine a Babbo Natale)?
Credo, a sei anni, una poesia sul cielo, che lessi entusiasta a mia madre, ma lei me la bocciò. Non era dunque per me stessa, cercavo un pubblico: neanche i diari, forse, sono scrittura per se stessi.
E la prima cosa che hai scritto per farti leggere?
Se intendi: per pubblicare, la prima cosa che ho scritto con questa intenzione è il mio primo racconto pubblicato, il mio esordio con Einaudi Stile Libero, scritto di nascosto sul computer di un’amica nel 2001 e uscito inaspettatamente nel 2004.
Quanta gente ti scrive o ti contatta per farti leggere i suoi romanzi “Di sicuro impatto e grandi possibilità di vendita e ci si può sicuramente ricavare un film, anzi io a dirigerlo ci vedrei bene James Cameron”? (Anche senza sapere che di giorno fai la editor per Stile Libero, eh.)
Ma io faccio la editor e la gente lo sa.
Quelli che lo ignorano, di solito mandano a me scrittrice le loro poesie come omaggio. Ma omaggio non è, visto che poi mi tartassano per avere un commento il più possibile dettagliato e preferibilmente di elogio.
Confessa, quanti manoscritti non vengono mai letti perché l’autore ti sembra un pazzo fino dalla lettera di presentazione?
Se uno mi sembra un pazzo io lo voglio leggere!
Un pensiero sugli e-book l’avrai fatto di sicuro.
Non sono mai stata una pioniera della tecnologia, coi libri ho un rapporto molto romantico e sensoriale, ho bisogno di vederli impilati nelle mie librerie, più o meno in ordine, e percepirne la presenza fisica, intesa come occupazione di uno spazio, per sapere che qualunque cosa accada loro ci saranno, che la salvezza è possibile.
Se qualcuno ti arriva alle spalle mentre scrivi, cosa fai? Chiudi il file, cerchi di distrarlo, o accetti tranquillamente l’inevitabile sbirciata?
Certo che chiudo. ma nessuno può arrivarmi alle spalle: ricordi? La porta è chiusa.
“Mai con…?” e “Mai senza…?”
Mai in giro senza un quaderno e una penna. Mica perché ti viene l’ispirazione per forza e la devi intrappolare, a me non è mai capitato. solo perché mi fa sentire più tranquilla. Più a mio agio. Più a casa, ecco, ovunque vada (mi sa che ho appena confessato un tic). Ma non scriverei mai un libro con carta e penna: mai senza il mio bianchissimo mac, e mai senza una finestra, proprio mai.
Rosella Postorino ha esordito nel 2004 con In una capsula, racconto incluso nell’antologia Ragazze che dovresti conoscere di Einaudi Stile Libero. Ha pubblicato due romanzi, La stanza di sopra (Neri Pozza, 2007) e L’estate che perdemmo Dio (Einaudi Stile Libero, 2009).
“E se ti dico ‘rosso’?”: Mitì Vigliero
11 Febbraio 2010
Ti rispondo che mi viene in mente, in un arruffato fil rouge di pensieri, la vita umana in tutte le sue contraddizioni.
Partiamo dall’origine della parola, il latino rŭssu(m), letteralmente “il color rosso della carne”: non per nulla il rosso è simbolo d’amore e sesso in ogni sua sfumatura. È rosso come il sangue il colore della passione, a luci rosse sono i discorsi “arditi”, si regalano rose rosse alla donna amata e rossi sono i cuoricini che imperversano sulle cartoline di San Valentino.
Però il rosso è anche simbolo del male e del crudele: rosso era nel Medioevo il colore del Diavolo, che veniva dipinto con la pelle rossa come le fiamme dell’Inferno. Persino le persone dai capelli rossi un tempo erano mal viste; in Europa in genere perché rossi erano i capelli e le barbe dei vichinghi o di altri barbari nordici invasori. Un proverbio veneziano dice “Rosso malpelo, cento diavoli per cavelo”, e proprio a Venezia le uniche che potevano tingersi i capelli di rosso erano le prostitute. Nell’area più a Sud invece, la diffidenza era data dal fatto i capelli rossi erano rarissimi e quindi i rossi di pelo e di crine erano considerati un vero e proprio “monstrum” (prodigio, cosa assolutamente inusuale e diversa dal solito): perciò, come ogni diversità, provocavano disagio e paura.
Ma rosso è anche considerato ovunque il benefico e salvifico colore tradizionale del Natale e sin dall’antichità era un gran portafortuna: rosso corallo, come i cornetti antimalocchio. E a Capodanno s’indossano mutande rosse, usanza anglosassone nata per difendersi dalle streghe incontrate nella notte di San Silvestro, che lanciavano maledizioni agli uomini proprio in quel punto lì.
Rosso è poi il colore dell’ira furibonda; quando si vede rosso come i tori nell’arena davanti alla muleta, e si parte a testa bassa per distruggere. Ma è pure tinta terapeutica: la medicina popolare italiana prescriveva di legare un filo rosso attorno a polsi e caviglie slogate, e di fasciare con una sciarpa di lana rossa le schiene doloranti. E rossi sono tutti i frutti più golosi e ricchi di vitamine: ciliegie, fragole, lamponi.
Caratterizza gli stati d’animo, il rosso: se si è imbufaliti, la faccia diviene rossa come un gambero per la pressione alzata dalla rabbia; se si arrossisce invece per timidezza e pudore il viso è rosso papavero, se imbarazzato o vergognoso per una colpa è rosso peperone.
Infine, il massimo della contraddizione il rosso lo raggiunge nel proverbio “Rosso di sera buon tempo si spera”, che ha il suo controcanto nell’altro “Rosso di sera, tempesta e bufera”: e poi uno si chiede perché scoppino le guerre…
Mitì Vigliero, anche nota come Placida Signora, è diventata celebre con Lo stupidario della maturità, esilarante e deprimente raccolta di assurdità pronunciate dai maturandi e da lei stessa raccolte durante gli anni dell’insegnamento. Ora fa la giornalista e la scrittrice umoristica, ed è la zia ad honorem della blogosfera italiana.
Foto di rvw
Cinque canzoni per… parlare di libri
28 Gennaio 2010
Ultimo post di questo mese dedicato alla lettura: e fermo restando che ognuno legge con la musica che gli piace di più, la nostra ormai tradizionale playlist non poteva che essere dedicata al concetto di libro. Abbiamo fatto un gioco, e cercato nel database di Dada un po’ di canzoni che contenessero la parola book nel titolo: da cui la selezione.
1. Comic Books – Deborah Harry
La conosciamo tutti come Blondie, l’incarnazione bionda dell’omonimo gruppo, ma il suo nome è Deborah Harry: questo brano è tratto dal suo terzo album come solista, Def Dumb and Blonde, uscito nel 1989 e ristampato nel 2009.
2. Picture Book (Album Version) - Queens of the Stone Age
I normalmente trucidissimi (e sexy) QOTSA sorprendono tutti con questa versione zuccherosa di Picture Book dei Kinks.
3. Our Story Book – Cliff Richard
E parlando di zucchero, non possiamo che fare “Aaaaaah” davanti a questo brano del sempre tenerissimo Sir Cliff.
4. I Could Write a Book – Frank Sinatra
Esistono moltissime versioni di questa canzone: abbiamo scelto quella di Ol’ Blue Eyes. Ci capirete.
5. My Coloring Book – Aretha Franklin
L’unica grande Lady of Soul rimane lei. Anche in questi brani soffusi, la sua grandezza rimane leggendaria.
Foto di oldcockatoo
Il regalo impossibile: da Zio Bonino al Presidente del Mondo
22 Dicembre 2009
Io, se esistesse un Presidente del Mondo, gli regalerei una bella moto. Una moto di quelle con cui si possa fare un po’ di tutto, si possa andare in città e in montagna, si possano fare lunghi viaggi, si possa andare sullo sterrato, una moto con cui si possa andare forte, ma anche molto piano. Una moto con cui il Presidente del Mondo, se esistesse, potesse ammirare il panorama, ammirare la gente, i cittadini del mondo, ed essere più vicino, al mondo e alla gente, senza quelle pareti, quei vetri, che ci sono sulle automobili. Mi piacerebbe che il Presidente del Mondo andasse in giro con la sua bella moto, attraversasse il mondo, si fermasse ad ammirare le albe e i tramonti, si fermasse a mangiare una rustichella all’autogrill mentre fa due parole con i turisti, i camionisti, i pendolari, i rappresentanti di cosmetici; e se esistesse un Presidente del Mondo così, che va in giro sulla sua bella moto che gli ho regalato io, secondo me sarebbe un buon presidente. Poi, nella mia fantasia, se esistesse un Presidente del Mondo, sarei io, e mi piacerebbe tanto, oltre a essere Presidente del Mondo, avere una bella moto.
Alessandro Bonino, aka Zio Bonino, è anche eiochemipensavo, Phonkmeister e la metà di Spinoza con una folta chioma. Dentro.
Foto di ptooey
Auguri di buone feste anche da tutto lo staff di InPausa: Mafe De Baggis, Elisabetta Ferrari, Barbara Baccanelli e Giulia Blasi vi inviano tanti pensieri festosi per uno splendido Natale e un felicissimo anno nuovo.
Medley di Natale con cappello
21 Dicembre 2009
Sai cosa succede quando rimetti insieme i membri di un coro universitario del tempo che fu e li rifornisci di cappelli assurdi? Questo, succede.
Il regalo impossibile: da Giorgio P. a Megan Fox
15 Dicembre 2009
Sono sicuro che a Megan Fox manca una bella collezione di dvd.
E io partirei col confortare la sua carenza con qualcosa di Truffaut, magari anche Hitchcock, va’.
“Tutta roba comprensibile, Megan, tranquilla” è il biglietto che ci metterei accanto.
Diciamo che in qualche caso me la caverei con custodie vuote, perché se Il settimo sigillo lo aprirebbe sicuramente per vederlo (forse penserebbe a un qualcosa tipo I predatori dell’arca perduta), e I 400 colpi sarebbe il primo della lista (lo scambierebbe forse per un film sparatutto), a un certo punto la cara Megan (che scema non è) mangerebbe la foglia e sono due le cose: o mi ringrazierebbe di averle cambiato la vita o metterebbe i dvd in un’apposita teca, vicino alla collezione di Transformers e chincaglierie varie, dove il mio regalo potrebbe fare la sua splendida figura.
Hai visto mai che qualcuno passa di lì e dice “Oh, I 400 colpi! è quello con Jet Li ambientato nel Far West, vero? Lo vediamo?”
E via di party.
Buon Natale, Megan.
Giorgio P. è l’autore e ideatore di un sacco di blog, fra cui Movies In Frames e Lost in Traslescion. Gli piace poco poco il cinema. Ma anche il basket e la musica, non c’è male.
Il regalo impossibile: da Francesco Farabegoli a Laura Pausini
1 Dicembre 2009
Laura,
Non sono mai stato un tuo grande fan. Non è che ce l’abbia con te, anzi, mi pari pure simpatica. Ma i tuoi testi parlano – grossomodo – di cose tipo il coraggio di prendersi per mano e camminare insieme verso il tramonto. A me i testi che parlano di camminate verso il tramonto piacciono solo se a metà del tragitto incontri un gruppo di zombie e il tuo fidanzato viene mangiato vivo. Ecco. Mi rendo conto che è un problema mio.
E in più sei di Solarolo. Io sono di Cesena, e fino ai ventiquattro o venticinque anni ho letteralmente detestato Ravenna e province paludose limitrofe, modaioli con il pallino della chimica, del mosaico e degli affari, e nessuno di loro sa fare una piadina come si deve. Per uno strano mash-up ideologico ho pensato per anni che la tua musica fosse una sorta espressione quintessenziale di questo bullismo autocertificato da primus inter pares del paesello nella campagna faentina.
Insomma, ora ho poco più di trent’anni e il mio giudizio generale in merito alla provincia di Ravenna è un po’ cambiato. I modaioli ci sono ancora, ma Cesena si è riempita di trendsetter-wannabe e revivaliste anni cinquanta con le scarpine rosse, cloni di Fabrizio Corona che si massacrano di aperitivi e ragazzini vestiti come vampiri emo oversize su cui nemmeno Werner Herzog avrebbe il coraggio di fare un film. E ho un buon rapporto con una ragazza di Sant’Alberto, che è abbastanza distante in linea d’aria ma è sempre in provincia di Ravenna. E soprattutto, per documentarmi un attimo allo scopo di scrivere questo pezzo mi sono imbattuto in un video di otto secondi su Youtube nel quale stai cantando con certa qual grazia una delle hit che preferivo nel mio periodo chierichetto, che credo si chiami Venite alla festa. E quindi, probabilmente, abbiamo in comune molto di più di quello che sembrerebbe guardando le nostre collezioni di dischi e i nostri abiti.
Scopro che in questi giorni sta uscendo un tuo disco nuovo, che si chiama Live qualcosa: molto probabilmente lo affronterò con lo stesso atteggiamento che ho riservato agli altri tuoi dischi – non comprarlo, ma nemmeno (ti farà piacere) scaricarlo illegalmente. Tuttavia sento che, come mi è successo per la provincia di Ravenna e le zucchine ripiene, prima o poi sarà ora di rivalutare la tua musica e fare pace con il mio lato romantico/melodico/pop. In previsione di quel momento mi permetto di offrirti in dono – come una sorta di calumet della pace – due piadine e un crescione con le erbe e la salsiccia, ovviamente fatti da mia madre (la vera piadina è sempre e solo quella che fa la nostra mamma. Nel mio caso tra l’altro è la pura verità). Se mai avessi voglia di incassare di persona a casa mia, sarò lieto di aggiungere all’offerta una bottiglia di Sangiovese che producono i suoceri di mio fratello, gente a posto che sa cosa vuole bere e ne beve in quantità. E se rimani abbastanza a lungo potrei rovinarmi e mettere sul piatto una bottiglia di Albana (che purtroppo dovrei comprare, ma ho un buon gancio) e una fetta di ciambella che fanno al forno di Case Missiroli, davvero molto buona, c’è gente che viene a comprarla persino da Roversano. Nel caso tu abbia molto di meglio da fare, sono lieto di approfittare dell’offerta di InPausa e mandartela simbolicamente attraverso il loro sito.
Un sorriso,
Francesco.
Francesco Farabegoli aka Kekko scrive su Spoilerin’, Bastonate, Indie Rock Warriors! e altri che sicuramente in questo momento mi perdo, perché stargli dietro è francamente impossibile, dato che ha un’idea al minuto.
Foto di torre.elena
Cinque canzoni per… preparare una cena indimenticabile
26 Novembre 2009
Quante canzoni parlano di cibo? Non moltissime, e la maggior parte lo usano come metafora per altro. L’amore, il sesso, la giustizia, quello che volete. Il cibo in musica, un po’ perché è difficile cantare con la bocca piena e un po’ perché cantare di colossali magnate non è elegante (La società dei magnaccioni è divertente, ma non chic). Questo mese, sempre con l’aiuto di Dada, abbiamo scelto per voi cinque canzoni a tema da ascoltare mentre si prepara una cena per gli ospiti.
1. Food Play – Lady Sovereign
Iniziamo con un antipasto insolito: uno degli astri nascenti dell’hip hop britannico. Perché si capisca subito dove andiamo a parare.
2. Chocolate Salty Balls - Chef
Questa canzone è un capolavoro. Uno, perché la canta Chef, uno dei personaggi più indimenticabili di South Park. Due, perché la voce di Chef è la voce di Isaac Hayes, quello che cantava Shaft. Tre, perché ha così tanti doppi sensi che non si può fare a meno di ribaltarsi dal ridere.
3. Soul Food to Go – The Manhattan Transfer
Pezzo iconico degli anni ‘80: il soul food per asporto del titolo sono i piatti tipici della cucina afroamericana. Perfetto da canticchiare in cucina mentre si affettano le verdure.
4. Rat in Mi Kitchen – UB40
Aiuto! C’è un topo in cucina! Verificare che non sia il Rémy di Ratatouille.
5. The Wine is Young – Dionne Warwick
Il dramma delle canzoni sul vino è che quasi sempre parlano di avvinazzati, quindi sono tristi. E invece Dionne Warwick è epica, struggente e paragona pure l’amore al vino novello. Tiè.
Foto di oldcockatoo