“Una volta ho sognato…”: la gentildonna
11 Marzo 2010
Mi si chiede di parlare di sogni, e dei miei posso sicuramente dire che sono di solito piuttosto articolati e amano lasciare impronte: la maggior parte delle volte appena sveglia riesco a ripescare almeno le sensazioni e ogni tanto anche qualche immagine. Per un periodo relativamente breve della mia vita questa consuetudine si è interrotta e l’impressione era quella di non aver sognato affatto: il risveglio era semplicemente come riaccendere la luce in una stanza buia, nessun senso di smarrimento e sospensione tra sonno e realtà. Poi i sogni sono tornati a farsi ricordare e soprattutto i primi, forse per una sorta di reazione al nulla che li precedeva, la mattina sono rimasti impressi in maniera così vivida e precisa da sembrare spezzoni di un film. Uno dei primi è questo che all’epoca ho voluto appuntare e cercato di riassumere con una fotografia.
Sto andando in qualche posto, forse cercando qualcuno. Attraverso un gruppo di case basse e bianche notando che tutto è molto silenzioso, tanto da non riuscire a capire se ci sia qualcun altro nelle vicinanze. È una bella giornata, c’è una luce molto intensa e quando alzo lo sguardo sopra di me il cielo è limpido e di un blu perfetto. Più in là, verso destra, vedo una coperta di nuvole uniforme, bianca, soffice, innocua che si allontana con moto costante e sostenuto. Riabbasso lo sguardo, intorno ancora nessuno. Mi volto, ricomincio a camminare e all’improvviso qualcosa mi dice di voltarmi e riguardare il cielo: le nuvole stanno continuando il loro viaggio in direzione opposta alla mia, sembra tutto ok. Poi, all’improvviso, stop: le nuvole si fermano, come bloccate. È troppo strano, penso sia solo un’illusione e guardo meglio: ora stanno addirittura tornando indietro verso di me, con lo stesso andamento costante con il quale si allontanavano prima. Mi accorgo però di qualcosa che inizia a formarsi uscendo da sotto la coltre: uno, due, tre…conto quattro imbuti che crescono a vista d’occhio. Non c’è dubbio, si tratta di trombe d’aria: mi occorre un riparo. Giro a sinistra e entro in una delle case; la mia non era solo un’impressione, non c’è proprio nessuno. Cosa si fa in questi casi? Non so, intanto chiudo le finestre. Ma quante ce ne sono? Mi affaccio in tutte le stanze e sono tutte uguali, tutte vuote; nessun mobile, nessun essere umano. C’è solo una vecchia finestra, è molto rovinata e non sembra proprio qualcosa che possa resistere a un tornado. Comunque io chiudo, pensando che sia meglio di niente. Mi guardo intorno, davanti a me c’è l’ultimo spiraglio di luce. La mia mano sinistra è già sull’anta, il braccio prima spinge e poi si piega, accompagna la spalla e l’orecchio per il gesto successivo: appoggiarsi, ascoltare. Buio.
La gentildonna è persona di buon gusto e di solito molto pacata; però quando vede qualcosa che le piace veramente sgrana gli occhi e si trasforma in una bimba raggiante pronta a scattare.
“Una volta ho sognato…”: Intweetion
4 Marzo 2010
I sogni son dei posti sicuri (quasi)
Io, i sogni,
c’ho due problemi
fondamentalmente.
Il primo è che
li faccio con la regia.
Controcampi mai
ché se ti vedi in viso nei sogni
mi dicono che non stai bene
e io proprio bene non è che sto,
però insomma
‘manco ’sto disastro.
Dicevo, un problema
è che sogno con la regia
discreta, pure:
tutti dei movimenti di camera
vedeste che robetta.
Il secondo problema
coi sogni
è che c’ho le ambientazioni
ricorrenti:
fa’ conto
dei posti a me ignoti
che ci ambiento le cose oniriche
quindi noti, poi, col tempo.
Infatti ogni tanto
nel sogno mi dico:
ah, occhei, sono qui
controllo che sia tutto a posto
mentre la storia si dipana.
Allora una volta
ho fatto una prova
mi son detto:
vediamo se ci lascio qualcosa
vediamo se poi ce la ritrovo.
Son passati dei mesi
ché le ambientazioni sono tre o quattro
quindi a rotazione
ci vuole un po’
e insomma ritorno
sul set “Casa-bianca-vicino-al-mare
con-la-finestra-panoramica”
e controllo.
Metto la trama in stendbai,
mi guardo attorno:
oh, non ci crederete,
ma c’era.
Lì,
tra l’infisso della finestra
mezza aperta
e il muro bianco
della casa bianca
(vicino al mare).
Pazzesco.
Poi il sogno
è finito troppo presto
avevo perso tempo.
Però vuoi mettere
la soddisfazione di trovarti anche
quando penso di averti nascosta per bene?
Massimiliano Lancioni, aka Intweetion, è un grafico e illustratore. Quando non scrive post in versi, mette dischi ed è romantico.
Foto di rremundo
“E se ti dico ‘rosso’…?”: nessuno
18 Febbraio 2010
Il rosso. Il mio colore preferito. Sì, mi piace proprio: così vivo e così caldo. Mi piace così tanto che vedere tutto questo rosso in giro in questi giorni pre S.Valentino mi disturba: come se arrivassero orde di barbari a profanare ciò che è mio. Io odio S.Valentino, anzi di più, ignoro volontariamente questa festa. Sì certo per via del suo lato consumistico ma anche perché tutto ciò che è sentimentalistico mi provoca reazioni allergiche brutte a vedersi; l’uso smodato di melensi piciù piciù, pissi pissi e il codazzo di diminutivi che abbonda in questi giorni mi rimesta le trippe con spasmi che nemmeno la magnesia; le vocine infantili provenienti da corpi che hanno passato abbondantemente i cinque anni di vita mi regalano nausee che mi varrebbero almeno la medaglia d’argento in una competizione tra donne al secondo mese (va be’, facciamo di bronzo).
Poi succede che mia figlia di otto anni mi telefona per raccontarmi i risultati della sua pagella e dopo mi annuncia festosa:
Figlia: “Oggi mi sono fidanzata!”
Io: “Che?”
Figlia: “Oggi mi sono fidaanzaataa!”
Io: “Che?”
Figlia: “Oggi mi sono fidaaanzaaataaa!”
Io: “Che?”
Immediatamente capisco che non sono capace di giocare, trovo qualcosa di convenzionale in un siffatto annuncio e la piglio seriamente in modo evidentemente fuori luogo trattandosi di una bambina di otto anni.
Io so di essere pronto a trattare tutti quegli argomenti che lei non affronterà con me, come il sesso e i suoi collaterali e complicanze; ma sui sentimenti mi sento impreparato e non posso fare a cambio. Ma giuro che sul resto la so e sarei fantastico; o almeno sopra la media. Non avrei preconcetti, sarei aperto, onesto, privo di morali antiquate. Saprei essere scientifico, filosofico, financo romantico e riuscirei anche a non essere (troppo) geloso. Ma sono il padre e nei quattro anni che vanno da qui a quando non mi darà più ascolto, questi argomenti sono troppo abbozzati. Dopo sarò un trombone e amen.
Ma adesso… lei gioca a fare la grande e giocando apre una di quelle scatole dalle quali salta fuori un pupazzo a molla. Quel pupazzo, ci giurerei, ha la faccia della mia diseducazione sentimentale, mi fa bu! e l’istante che passa tra il mio spavento e il ridere di me stesso mi sembra troppo lungo. Altro che quattro anni.
Luigi Serra, nessuno (come Ulisse) sulla rete, è l’autore di No-Luogo, nonché il papà della palindroma e bellissima AnnA.
Foto di amy_b
“E se ti dico ‘rosso’?”: Mitì Vigliero
11 Febbraio 2010
Ti rispondo che mi viene in mente, in un arruffato fil rouge di pensieri, la vita umana in tutte le sue contraddizioni.
Partiamo dall’origine della parola, il latino rŭssu(m), letteralmente “il color rosso della carne”: non per nulla il rosso è simbolo d’amore e sesso in ogni sua sfumatura. È rosso come il sangue il colore della passione, a luci rosse sono i discorsi “arditi”, si regalano rose rosse alla donna amata e rossi sono i cuoricini che imperversano sulle cartoline di San Valentino.
Però il rosso è anche simbolo del male e del crudele: rosso era nel Medioevo il colore del Diavolo, che veniva dipinto con la pelle rossa come le fiamme dell’Inferno. Persino le persone dai capelli rossi un tempo erano mal viste; in Europa in genere perché rossi erano i capelli e le barbe dei vichinghi o di altri barbari nordici invasori. Un proverbio veneziano dice “Rosso malpelo, cento diavoli per cavelo”, e proprio a Venezia le uniche che potevano tingersi i capelli di rosso erano le prostitute. Nell’area più a Sud invece, la diffidenza era data dal fatto i capelli rossi erano rarissimi e quindi i rossi di pelo e di crine erano considerati un vero e proprio “monstrum” (prodigio, cosa assolutamente inusuale e diversa dal solito): perciò, come ogni diversità, provocavano disagio e paura.
Ma rosso è anche considerato ovunque il benefico e salvifico colore tradizionale del Natale e sin dall’antichità era un gran portafortuna: rosso corallo, come i cornetti antimalocchio. E a Capodanno s’indossano mutande rosse, usanza anglosassone nata per difendersi dalle streghe incontrate nella notte di San Silvestro, che lanciavano maledizioni agli uomini proprio in quel punto lì.
Rosso è poi il colore dell’ira furibonda; quando si vede rosso come i tori nell’arena davanti alla muleta, e si parte a testa bassa per distruggere. Ma è pure tinta terapeutica: la medicina popolare italiana prescriveva di legare un filo rosso attorno a polsi e caviglie slogate, e di fasciare con una sciarpa di lana rossa le schiene doloranti. E rossi sono tutti i frutti più golosi e ricchi di vitamine: ciliegie, fragole, lamponi.
Caratterizza gli stati d’animo, il rosso: se si è imbufaliti, la faccia diviene rossa come un gambero per la pressione alzata dalla rabbia; se si arrossisce invece per timidezza e pudore il viso è rosso papavero, se imbarazzato o vergognoso per una colpa è rosso peperone.
Infine, il massimo della contraddizione il rosso lo raggiunge nel proverbio “Rosso di sera buon tempo si spera”, che ha il suo controcanto nell’altro “Rosso di sera, tempesta e bufera”: e poi uno si chiede perché scoppino le guerre…
Mitì Vigliero, anche nota come Placida Signora, è diventata celebre con Lo stupidario della maturità, esilarante e deprimente raccolta di assurdità pronunciate dai maturandi e da lei stessa raccolte durante gli anni dell’insegnamento. Ora fa la giornalista e la scrittrice umoristica, ed è la zia ad honorem della blogosfera italiana.
Foto di rvw
Un libro per iniziare l’anno con… Blimunda
26 Gennaio 2010
“Oserò essere più duro del sole, più glaciale delle nevi, oserò entrare, senza conoscere l’esito, in quelle pagine da funambolo che mi era così facile scrivere? Uomo dell’aria, tu colora col sangue le ore sontuose del tuo passaggio fra noi. I limiti esistono soltanto nell’anima di chi è corto di sogni”.
Un po’ di retorica gliela perdoniamo, a Philippe Petit, sì? Siccome ha passeggiato su un cavo teso fra le Torri Gemelle buonanima e in bilico sulle cascate del Niagara, direi che possiamo farlo.
Il suo Trattato di funambolismo ha inaugurato il mio 2010. Ed è stato un più che degno sostituito di quelle inutili liste di buoni propositi che mi ostinavo a fare, per trovarle lettera morta già a metà gennaio.
Tra il saggio filosofico, l’autobiografia e un improbabile manuale per aspiranti funamboli, questo libro è trasparente, aereo, leggero come l’aria che Petit attraversa sul suo cavo. Racconta sì che “I limiti esistono soltanto nell’anima di chi è corto di sogni” ma anche, più banalmente, l’importanza della volontà, della ripetizione infinita di un gesto per renderlo impeccabile, dell’amore sconfinato per ciò che si fa. A me ha fatto riflettere su quante volte butto via le mie giornate di malavoglia, lavoro al minimo delle possibilità, spreco tempo inutilmente, non metto passione in ciò che faccio. Ma credo che ognuno ci possa trovare un suggerimento, un consiglio, un’ispirazione.
Per cui, leggetelo perché è delizioso, surreale, divertente.
E anche perché è scritto da un uomo che di mestiere saltella su un cavo teso fra le guglie di Notre Dame. Ma trova il tempo e la sensibilità di avvolgere con pezze di lino i tronchi degli alberi ai quali aggancia il cavo, per non rovinarli. Sicuramente ha qualcosa da insegnare.
Blimunda è il nom-de-plume sul web di Barbara Sgarzi, giornalista e scrittrice. Ha pubblicato Bimbo a bordo, un manuale di sopravvivenza per mamme contemporanee (Morellini editore) e curato per Rizzoli Il tarlo della lettura, antologia delle migliori recensioni su aNobii, il social network dei lettori. Compra troppe scarpe.
Foto di JP Puerta
Un libro per iniziare l’anno con… signora maria
19 Gennaio 2010
Per iniziare l’anno ho scelto Guida all’Eleganza – per la donna che desidera essere vestita bene e in modo adatto in ogni occasione di Genevieve Antoine Dariaux.
Lo so, il titolo sembra una battuta di Zoolander (”E mille modi di acconciarsi i capelli!”), ma questo non è un manualetto scemo per vestirsi bene. L’eleganza, e non sono certo io a doverlo dire, non è una stupidaggine.
Mi ricordo ancora quando l’ho comprato, alla Feltrinelli di Corso Buenos Aires, a Milano, con un collega di lavoro.
Lui lo sfoglia, poi mi dice: “Oh, ma è del ‘64, non sarà un po’ passato di moda?”
Io lo guardo con superiorità, povero ignorante: “Perché, secondo te qualcosa che ha a che fare con l’eleganza può essere stato scritto DOPO gli anni ‘60?”
Lui abbassa lo sguardo, vergognandosi di aver osato opinare su qualcosa che non è di sua competenza.
Il libro esamina tutto lo scibile umano in tema di eleganza per signore, in ordine alfabetico: dagli Abiti ai Mariti (e amanti), alle Occasioni Pubbliche e Particolari, ai Weekend, agli Yacht, alla Zoologia (il cui capitolo si chiude consigliando il miglior colore per il collare dell’animale da compagnia).
Le chicche imperdibili sono tante, spesso brevi e di un’ironia fulminante, come le due righe e mezza del capitoletto “Ginocchia”:
Il proverbio “Pour vivre heureux, vivons cachés” (”Se vuoi vivere felice, vivi nascosto”) è stato inventato per loro.
Adorabile. L’ho tenuto sul comodino per un’infinità di tempo.
Ma per quale motivo dovrei seguire i dettami di questa qua, io che al massimo del mio splendore indosso le scarpe sottomarca, io che i gioielli che mia madre ha messo da parte per me forse non li indosserò mai non tanto per mancanza di voglia quanto per mancanza di occasioni sociali adatte, io che il gros grain non so neanche com’è fatto, io che non vado alle feste da cocktail, quelle che non è il vestito da sera, ma quello da cocktail, che va indossato?
Non è questione di seguire i dettami, ma di avere chiari i canoni. Poi ti alzi la mattina e scopri che tutti i calzini buoni sono nel cesto del bucato da fare, e rimangono solo quelli orrendi a righe arancioni, possibilmente quasi bucati. (Tanto, a parte te e lo stivale sottomarca, non lo saprà mai nessuno.)
Sapere che c’è un luogo e un modo per tutto, anche se poi le cose non vanno mai così, anche se il caos ha sempre la meglio e mantenere il contegno è impossibile, per me è fondamentale. Il genere di cosa che mi piace avere chiara, ogni volta che inizia un nuovo anno. Un po’ come i buoni propositi: poi fai l’esatto opposto, ma ne hai bisogno.
Buon 2010 a tutti.
*Nessuno stivale sottomarca è stato maltrattato durante la scrittura di questo post.
**L’autrice del post si riserva il diritto di indossare i pantajazz in casa.
signora maria (minuscolo suo) è l’ineffabile autrice del blog omonimo.
Foto di TenthMusePhotography
Ricette letterarie: penne alle zucchine alla Chandler
4 Gennaio 2010
Il gennaio di InPausa è dedicato alla lettura. Anche in cucina. E per cominciare l’anno, rubiamo un post (e la ricetta corrispondente) a Il nuovo mondo di Galatea, un blog bellissimo che si è inventato una rubrica ricorrente ancora più bella, “Ricette letterarie“. Quella che ci è piaciuta di più è quella delle Penne alle zucchine alla Chandler: laddove per “Chandler” intendesi ovviamente Raymond, lo scrittore, papà di Philip Marlowe.
Ed è proprio di sapore marlowiano questa ricetta, di cui postiamo un estratto.
Le zucchine mi guardavano dal tavolo, tristi come una bionda lasciata da sola ad invecchiare. Capii che dovevo farne qualcosa. Le presi, le tagliai a listarelle con un vecchio coltello che aveva visto giorni migliori. Trovai una pentola e ci misi dell’olio e una cipolla. Sfrigolò, come se volesse dirmi qualcosa. Ma non avevo tempo per le sue chiacchiere. Aggiunsi alle zucchine del vino bianco e una spolverata di peperoncino. Cadde nell’olio senza un lamento.
Leggete il resto qui. La preparazione qui sotto è una mia libera interpretazione.
Ingredienti
- 1 zucchina grande o due piccole
- 1/4 di cipolla
- vino bianco
- peperoncino tritato
- scamorza da grattugiare
- olio extravergine di oliva
- sale
Preparazione
Affettare la cipolla sottilissima e farla imbiondire leggermente nell’olio, poi aggiungere la zucchina tagliata a julienne. Far saltare per un minuto, sfumare con 1/4 di bicchiere di vino bianco e far cuocere a pentola coperta e fuoco basso finché le zucchine non saranno morbide. Aggiungere una spolverata di peperoncino. Nel frattempo, cuocere la pasta al dente: quando sarà cotta, scolarla, versarla nella padella con il sugo e far andare a fuoco vivace per alcuni secondi. Completare con una generosa dose di scamorza grattugiata e servire.
Il whisky ghiacciato è opzionale.
Foto di Stark
Il regalo impossibile: da Zio Bonino al Presidente del Mondo
22 Dicembre 2009
Io, se esistesse un Presidente del Mondo, gli regalerei una bella moto. Una moto di quelle con cui si possa fare un po’ di tutto, si possa andare in città e in montagna, si possano fare lunghi viaggi, si possa andare sullo sterrato, una moto con cui si possa andare forte, ma anche molto piano. Una moto con cui il Presidente del Mondo, se esistesse, potesse ammirare il panorama, ammirare la gente, i cittadini del mondo, ed essere più vicino, al mondo e alla gente, senza quelle pareti, quei vetri, che ci sono sulle automobili. Mi piacerebbe che il Presidente del Mondo andasse in giro con la sua bella moto, attraversasse il mondo, si fermasse ad ammirare le albe e i tramonti, si fermasse a mangiare una rustichella all’autogrill mentre fa due parole con i turisti, i camionisti, i pendolari, i rappresentanti di cosmetici; e se esistesse un Presidente del Mondo così, che va in giro sulla sua bella moto che gli ho regalato io, secondo me sarebbe un buon presidente. Poi, nella mia fantasia, se esistesse un Presidente del Mondo, sarei io, e mi piacerebbe tanto, oltre a essere Presidente del Mondo, avere una bella moto.
Alessandro Bonino, aka Zio Bonino, è anche eiochemipensavo, Phonkmeister e la metà di Spinoza con una folta chioma. Dentro.
Foto di ptooey
Auguri di buone feste anche da tutto lo staff di InPausa: Mafe De Baggis, Elisabetta Ferrari, Barbara Baccanelli e Giulia Blasi vi inviano tanti pensieri festosi per uno splendido Natale e un felicissimo anno nuovo.
Una ricetta dal passato di… Sasaki Fujika
24 Novembre 2009
Certe ricette sono state scritte troppo tempo fa per essere lette su un libro.
Altre passano di mano in mano, di bocca in bocca, le dosi un po’ così. Le vedi fare e sono speciali. Poi chiedi e ti dicono “Un po’ di questo, quell’altro, qualche avanzo” e la fanno facile. Invece è un miracolo. Quella che vi racconterò, con questo mio fare romanzato, sarà la ricetta di un pezzo della mia famiglia. Un qualche cosa che mi ha allevato, e tutt’ora nei momenti più difficili che di giorno in giorno devo affrontare, è una costante: un punto per fare leva. Dice, amico: è una ricetta, vola basso.
Ok, però dovete sapere di me tre cose: il mio piatto preferito è la pasta in bianco. Burro e formaggio. Il mio pasto preferito è la cena, da solo, caffè latte -freddo- le macine e solo dopo, prosciutto cotto con un po’ di formaggio. Se fosse fontina allora è il non plus ultra. La terza e ultima cosa è che io cucino molto bene. Ora, tutti conoscono la differenza tra far da mangiare e cucinare, se non doveste, definiamo “cucinare”.
Cucinare è fare una cosa con il cuore. Cucinare dolci, ad esempio, è tanto anti-depressivo quanto mangiarne e fa bene alla linea. I grandi chef, mi spiegava tanti anni fa la mia analista, quando vanno a casa si fanno i Sofficini. E di colpo mi sono sentito così bene che ho buttato via tutte le benzodiazepine che avevo in cucina, poiché di queste soltanto mi sono nutrito per un periodo molto figo della mia vita in cui, sotto peso ed emaciato il giusto, cuccavo alla grande. Dentro di me aspettavo il momento in cui avrei cucinato con il cuore, sarebbe arrivato di lì a poco, con le forme di una donna (della mia vita) che non ama i dolci, preferisce le cose non condite-ma-senza-menate, schiva il burro come fosse kryptonite, e se una cosa è cotta e basta, senza tanti intingoli, la fai felice. Fu amore a prima vista e sono ingrassato di 18 kg in due anni perché preparavo per tre, lei mangiava per mezzo, gli altri quattro quinti erano miei.
Ingredienti e preparazione
Allora i miei bicchieri corrispondono a 129 grammi di riso bianco carnaroli. Quindi diciamo un etto e trenta, ma se fate un etto e mezzo non cambia molto. Fatelo bollire, l’acqua nella pentola si mette fredda, ché non si sa mai. Salate a ebollizione e togliete il riso lasciandolo un po’ indietro. Scolate e fermi lì, non sciacquatelo. La ricetta ha radici emiliane, si imbastardisce in Lombardia e si perfeziona in Liguria, useremo vocaboli adeguati.
In una terrina a parte avrete battuto leggermente due uova, un pizzico di sale e noce moscata. Incorporate il riso, girate bene, facendo in modo che le uova si amalgamino e non restino parti di riso “scondite”. Aggiungete circa due cucchiai da minestra di ricotta fresca non salata, e due etti e mezzo di parmigiano reggiano grattugiato. Lo ripeto: parmigiano reggiano, non il grana padano. Fa una differenza grande così e poi la mia nonna si alza e vi prende a frustate.
Imburrate una teglia bassa, io uso una 28, per diametri maggiori aumentate proporzionalmente le dosi del riso. Un uovo ogni 70 grammi, la ricotta essendo un infighettamento non condiziona il risultato, e per quel che riguarda il parmigiano, più ce n’è meglio è. Ad ogni modo, se mettete troppa ricotta mandate tutto a quel paese quindi nel dubbio, un po’ di meno.
Foderate la teglia di pangrattato (questa è una mia versione per la quale ho preso le succitate frustate, ma io preferisco). Versate il riso e spianatelo con il retro di un cucchiaio bagnato con un filo d’acqua. Fate in modo che il tutto risulti uniforme e molto, molto basso. Infornate a 200 gradi per 15/20 minuti. Servire tiepida, o fredda, insieme a culatello, culaccia o prosciutti.
E poi pensate che questa cosa qui ha circa duecento anni, e sono duecento anni che ce lo diciamo a voce e io sono il primo che la fa uscire di casa e la mette per iscritto. I miei avi non me ne vorranno, la mia nonna freme e scudiscia, la sento, eppure è orgogliosa. Di quell’orgoglio del “fai poco, ma fallo per bene”.
Trattateci con riguardo, siamo una famiglia che se lo merita.
Sasaki Fujika nella vita tridimensionale si chiama Simone Tolomelli e cucina veramente benissimo.
Foto di Jonathan Gill
In forma con… Stark
27 Ottobre 2009
Adesso non faccio per vantarmi ma volevo dirvi che io sono uno di quelli che vanno a correre da prima che si spargesse la voce che correre faceva bene, quando a correre eran solo dei fanatici o dei disperati, e tutto il business della roba fighetta per andare a correre doveva ancora nascere. Per cui toccava arrangiarsi: d’estate si usciva con dei pantaloncini tipo il bassista dei Queen a Wembley, d’inverno con dei tutoni di materiale così ruvido che dopo un po’ ti sembrava di avere uno zerbino cucito sulla schiena.
Ma questo mi sa che vi interessa poco. Mi si chiede, se ho ben capito, come si fa a tenersi in forma; ma io, sinceramente, non ne ho idea. Da quel che si sente in giro sembra che, per l’uomo moderno, tenersi in forma voglia dire per forza andare in palestra; mentre io, dalle palestre, ci son sempre stato alla larga, ché se devo pagare per far fatica, a questo punto tanto vale regalare la busta paga al capufficio. Io, quando mi gira, prendo e vado a correre; poi son fortunato, vivo vicino al mare, posso correre sul mare, ho i parchi vicino a casa, posso correre nei parchi, ho gli amici che si allenano nella pista di atletica, posso andare con loro e rinfrescar la mente su quanto siano lunghi quattrocento metri (la risposta è variabile. Certi giorni anche più di un chilometro). Ora non so bene dove andare a parare, ma adesso dirò una serie di cose che cominciano tutte con la lettera C così potremo intitolarlo “Le 5 C per restare in forma” come fanno quelli che scrivono sulle riviste vere che di queste cose ne capiscono.
Il primo punto si chiama camminare. Sarà pure banale come inizio, ma se siamo disabituati a camminare, cosa cavolo ci andiamo a fare, a correre? Non è che i videogiochi cominciano dal livello due. Che io non so com’è, ma ogni tanto vedi che c’è gente che ha tutta questa ansia di correre, andare in palestra, far chissà che cosa e poi se gli proponi di fare cento metri a piedi ti guardano male. Cominciamo col camminare. Tornando dal lavoro scendiamo una fermata di autobus prima, oppure parcheggiamo un po’ più lontano (come se potessimo scegliere). Mezz’ora di camminata al giorno è la miglior base di partenza.
Poi c’è la compagnia, che uno magari la sottovaluta, e invece avere almeno una persona al proprio fianco durante le sgambate è fondamentale. Ovviamente non dev’essere l’amico maratoneta, per il quale sareste solo un peso: meglio trovare un vostro simile, per grado di allenamento e condizione fisica. All’inizio si trotterellerà chiacchierando, poi il fiato comincerà a venir meno. Il livello di preparazione si misura anche da quanto si riesce ad andare avanti a parlare.
Adesso veniamo alle calzature. Ci sono delle scarpe che vanno bene per correre e altre no. Se la suola è più sottile del Fatto Quotidiano, non vanno bene. Se ce le aveva Uma Thurman in Kill Bill, non vanno bene. Se ve le mettereste addosso per far due passi in centro, non vanno bene (le scarpe per correre non sono mai belle. Ricordatevelo).
Due parole sul cemento, che è il peggior nemico del corridore. So che per necessità chi vive in città finisce spesso per slalomare tra asfalto e marciapiede, ma conviene sapere che correre sull’erba è la cosa migliore, se si ha un bel praticello di cui fidarsi. Certo che il rischio è di imbattersi in buche, pietre, radici affioranti o souvenir canini: state in occhio. Tendini e talloni vi diranno grazie.
E infine la costanza. Se prendete un ritmo regolare, l’allenamento diventerà un automatismo quasi circadiano. Ma se per qualsiasi motivo non riuscite a far nulla per una settimana, ricominciare diventerà un Everest. Tenetene conto, la prossima volta che direte “Ci vado domani”, o la vostra tuta rischierà di coprirsi di ragnatele. Siete avvisati!
Stark, aka Stefano Andreoli, è la metà con i capelli di Spinoza, che a dispetto del nome non è una raccolta di aforismi del celebre filosofo.
