“Una volta ho sognato…”: la gentildonna
11 Marzo 2010
Mi si chiede di parlare di sogni, e dei miei posso sicuramente dire che sono di solito piuttosto articolati e amano lasciare impronte: la maggior parte delle volte appena sveglia riesco a ripescare almeno le sensazioni e ogni tanto anche qualche immagine. Per un periodo relativamente breve della mia vita questa consuetudine si è interrotta e l’impressione era quella di non aver sognato affatto: il risveglio era semplicemente come riaccendere la luce in una stanza buia, nessun senso di smarrimento e sospensione tra sonno e realtà. Poi i sogni sono tornati a farsi ricordare e soprattutto i primi, forse per una sorta di reazione al nulla che li precedeva, la mattina sono rimasti impressi in maniera così vivida e precisa da sembrare spezzoni di un film. Uno dei primi è questo che all’epoca ho voluto appuntare e cercato di riassumere con una fotografia.
Sto andando in qualche posto, forse cercando qualcuno. Attraverso un gruppo di case basse e bianche notando che tutto è molto silenzioso, tanto da non riuscire a capire se ci sia qualcun altro nelle vicinanze. È una bella giornata, c’è una luce molto intensa e quando alzo lo sguardo sopra di me il cielo è limpido e di un blu perfetto. Più in là, verso destra, vedo una coperta di nuvole uniforme, bianca, soffice, innocua che si allontana con moto costante e sostenuto. Riabbasso lo sguardo, intorno ancora nessuno. Mi volto, ricomincio a camminare e all’improvviso qualcosa mi dice di voltarmi e riguardare il cielo: le nuvole stanno continuando il loro viaggio in direzione opposta alla mia, sembra tutto ok. Poi, all’improvviso, stop: le nuvole si fermano, come bloccate. È troppo strano, penso sia solo un’illusione e guardo meglio: ora stanno addirittura tornando indietro verso di me, con lo stesso andamento costante con il quale si allontanavano prima. Mi accorgo però di qualcosa che inizia a formarsi uscendo da sotto la coltre: uno, due, tre…conto quattro imbuti che crescono a vista d’occhio. Non c’è dubbio, si tratta di trombe d’aria: mi occorre un riparo. Giro a sinistra e entro in una delle case; la mia non era solo un’impressione, non c’è proprio nessuno. Cosa si fa in questi casi? Non so, intanto chiudo le finestre. Ma quante ce ne sono? Mi affaccio in tutte le stanze e sono tutte uguali, tutte vuote; nessun mobile, nessun essere umano. C’è solo una vecchia finestra, è molto rovinata e non sembra proprio qualcosa che possa resistere a un tornado. Comunque io chiudo, pensando che sia meglio di niente. Mi guardo intorno, davanti a me c’è l’ultimo spiraglio di luce. La mia mano sinistra è già sull’anta, il braccio prima spinge e poi si piega, accompagna la spalla e l’orecchio per il gesto successivo: appoggiarsi, ascoltare. Buio.
La gentildonna è persona di buon gusto e di solito molto pacata; però quando vede qualcosa che le piace veramente sgrana gli occhi e si trasforma in una bimba raggiante pronta a scattare.
“Una volta ho sognato…”: Intweetion
4 Marzo 2010
I sogni son dei posti sicuri (quasi)
Io, i sogni,
c’ho due problemi
fondamentalmente.
Il primo è che
li faccio con la regia.
Controcampi mai
ché se ti vedi in viso nei sogni
mi dicono che non stai bene
e io proprio bene non è che sto,
però insomma
‘manco ’sto disastro.
Dicevo, un problema
è che sogno con la regia
discreta, pure:
tutti dei movimenti di camera
vedeste che robetta.
Il secondo problema
coi sogni
è che c’ho le ambientazioni
ricorrenti:
fa’ conto
dei posti a me ignoti
che ci ambiento le cose oniriche
quindi noti, poi, col tempo.
Infatti ogni tanto
nel sogno mi dico:
ah, occhei, sono qui
controllo che sia tutto a posto
mentre la storia si dipana.
Allora una volta
ho fatto una prova
mi son detto:
vediamo se ci lascio qualcosa
vediamo se poi ce la ritrovo.
Son passati dei mesi
ché le ambientazioni sono tre o quattro
quindi a rotazione
ci vuole un po’
e insomma ritorno
sul set “Casa-bianca-vicino-al-mare
con-la-finestra-panoramica”
e controllo.
Metto la trama in stendbai,
mi guardo attorno:
oh, non ci crederete,
ma c’era.
Lì,
tra l’infisso della finestra
mezza aperta
e il muro bianco
della casa bianca
(vicino al mare).
Pazzesco.
Poi il sogno
è finito troppo presto
avevo perso tempo.
Però vuoi mettere
la soddisfazione di trovarti anche
quando penso di averti nascosta per bene?
Massimiliano Lancioni, aka Intweetion, è un grafico e illustratore. Quando non scrive post in versi, mette dischi ed è romantico.
Foto di rremundo
Elogio del sogno
2 Marzo 2010
Non serve scomodare il solito Martin Luther King per sapere che i sogni, a volte, aiutano davvero a vivere meglio. Magari non direttamente chi li sogna, perché i sognatori non sono molto amati dalla storia: più in grande sogni, più gente coinvolgi nel tuo sogno, più è facile che arrivi qualcuno con una pistola a svegliare tutti. E tuttavia, sognatori un po’ si nasce, un po’ si diventa. L’arte del sogno va coltivata con cura: più precisa è la visualizzazione di quello che si desidera realizzare, per quanto lontano e complesso, più efficaci saranno le nostre azioni per realizzarlo.
Sognare – a occhi chiusi, aperti, di notte, di giorno, in ogni momento – è naturale e indispensabile per il progresso del genere umano, e spesso anche per l’arte. L’intera Divina Commedia è un sogno lucido in cui Dante viaggia fra i mondi dell’aldilà, ma anche Alice nel Paese delle Meraviglie (e il suo seguito, Attraverso lo specchio) è un sogno in piena regola, con tutte le incoerenze, i salti logici e le bizzarrie dell’inconscio. La saga di Twilight è nata da un sogno di Stephenie Meyer, la sua autrice (e uno si domanda quanto avesse mangiato pesante, per sognarsi vampiri e uomini lupo). Per non parlare delle arti figurative, in cui il sogno (e il suo parente stretto, l’incubo) la fanno da padroni.
Sognare è utile anche per risolvere piccoli dilemmi quotidiani. C’è chi giura che scrivendo su un foglietto un problema di cui si vuole avere la soluzione e mettendolo sotto il cuscino, la soluzione si manifesterà in sogno: l’inconscio è spesso meno sofisticato dell’intelletto cosciente nel suggerire vie d’uscita o colpi di genio, specialmente quando sono a portata di mano. Anche lasciar vagare la mente su un concetto – non ripetendo ossessivamente un pensiero, ma facilitando la libera associazione – è una forma di sogno, una da cui spesso sbucano idee formidabili. Per non parlare dei sogni che guidano vite intere, e che spesso richiedono vite intere per essere realizzati. Pochissimi, forse nessuno fra i vincitori di Oscar e grandi riconoscimenti può dire di aver sempre tenuto i piedi saldamente per terra e gli occhi apertissimi davanti alla realtà: il sogno è un lancio lungo, una scommessa con il caso e la tenacia. Anche per sognare bisogna essere dei professionisti.
Foto di ξωαŋ ThΦt
San Valentino che?
16 Febbraio 2010
Ci sono un sacco di motivi per tirare il fiato ogni volta che San Valentino è dietro le spalle. Anche gli accoppiati, se dotati di un minimo senso estetico, non possono che trovare tutto il tourbillon di celebrazioni inutile e fastidioso. Sarà che non abbiamo più quindici anni, quando farsi un regalo e uscire insieme quella sera lì era un modo in più di dirsi “Sono tuo per sempre”, anche se “per sempre” significava “fino alla prossima settimana, quando mi mollerai per un altro”.
San Valentino reca con sé un battage pubblicitario che riduce i sentimenti a cartolina: la compilation strappacore (una, due, tre, quattro, ogni casa discografica fa la sua ricicciando i classici di propria spettanza e infilandoci dentro artisti in promozione), gli sconti su qualsiasi cosa (come se una potesse essere felice di farsi regalare un aspirapolvere), i menu dai prezzi gonfiati al ristorante, tutto è fatto per aggredire il consumatore e mettergli addosso la pressione di dimostrare il suo amore nel modo più spettacolare possibile.
Nessun giorno come San Valentino riesce a far sembrare l’amore un obbligo sociale, un triste rituale da espletare per poi tornare a volersi bene davvero. I single sono costretti a ironizzare (”Io festeggio San Faustino, ha ha ha”), gli accoppiati a prendere posizione con il rischio di sembrare aridi se non festeggiano, e melensi se festeggiano. E poi c’è l’immortale “Io festeggio tutto l’anno”, che invariabilmente manda in bestia le donne – come al solito, poste dalla parte del ricevente – e viene usato come comoda scappatoia da uomini che non festeggiano mai.
Insomma, è più o meno finita, e sapete cosa, adesso forse le canzoni d’amore torneranno a piacerci un sacco.
Cinque buoni motivi per vestirsi di rosso
4 Febbraio 2010
… e con “vestirsi di rosso” intendiamo “indossare qualcosa di rosso”, ma qualsiasi cosa: un abito, un accessorio, un rossetto, un paio di scarpe. In questo mese che abbiamo deciso di dedicare al colore del fuoco, dell’amore, del sangue, della passione, ci sono molti motivi per scegliere questo colore. Ve ne diamo alcuni.
1. Ci vuole coraggio in questo mondo selvaggio. Non esiste nessuno che stia male con il rosso: ravviva le pallide ed esalta le brune, dona alle bionde e si addice alle rosse. Il rosso è un colore primario e ha mille sfumature: chiunque può trovare la sua. Certo, richiede un po’ di coraggio, perché il rosso rende immediatamente evidenti: se sei vestita di rosso, le persone intorno a te ti guarderanno. Un esercizio utilissimo per le timide e le insicure.
2. Fa freddo. E vestirsi di nero non garantisce di sentire più caldo. Però il rosso è un colore stimolante, che spinge all’attività ed energizza: indossare qualcosa di rosso tiene svegli dal letargo invernale.
3. Il rosso è un colore generoso. Una ragazza con un cappotto rosso sulla metro rende tutti più allegri. Un paio di scarpe rosse si fanno guardare, ricordano le fiabe, sanno di piccolo lusso e di civetteria. Chi indossa qualcosa di rosso non dà sensazioni piacevoli solo a sé, ma anche agli altri.
4. Non passa mai di moda. La Maison Valentino ne sa qualcosa: il rosso brillante dei suoi abiti è un marchio di fabbrica. I viola, i ciclamino, i lavanda, gli arancioni e i cipria vanno e vengono, il rosso resta.
5. Perché stimola l’appetito. Rosse sono le fragole e la frutta di stagione primaverile ed estiva, rosso sono le cose più buone e golose. La stagione fredda non è un buon momento per privarsi dei piccoli piaceri di gola: lo dice anche Sophie Dahl, ex modella taglie forti diventata modella taglie secche, che però sconsiglia di fare la dieta nei mesi deprimenti: “Mangiate un po’ meno. Prendete i buoni propositi, buttateli via e proponetevi invece di mangiare cibi squisiti alla faccia delle serate malinconiche e piovose.” E per non sbagliarsi, ci ha scritto sopra anche un libro di ricette: Miss Dahl’s Voluptuous Delights. Gnam.
Foto di cleverchimp
Una ricetta dal passato di… Sasaki Fujika
24 Novembre 2009
Certe ricette sono state scritte troppo tempo fa per essere lette su un libro.
Altre passano di mano in mano, di bocca in bocca, le dosi un po’ così. Le vedi fare e sono speciali. Poi chiedi e ti dicono “Un po’ di questo, quell’altro, qualche avanzo” e la fanno facile. Invece è un miracolo. Quella che vi racconterò, con questo mio fare romanzato, sarà la ricetta di un pezzo della mia famiglia. Un qualche cosa che mi ha allevato, e tutt’ora nei momenti più difficili che di giorno in giorno devo affrontare, è una costante: un punto per fare leva. Dice, amico: è una ricetta, vola basso.
Ok, però dovete sapere di me tre cose: il mio piatto preferito è la pasta in bianco. Burro e formaggio. Il mio pasto preferito è la cena, da solo, caffè latte -freddo- le macine e solo dopo, prosciutto cotto con un po’ di formaggio. Se fosse fontina allora è il non plus ultra. La terza e ultima cosa è che io cucino molto bene. Ora, tutti conoscono la differenza tra far da mangiare e cucinare, se non doveste, definiamo “cucinare”.
Cucinare è fare una cosa con il cuore. Cucinare dolci, ad esempio, è tanto anti-depressivo quanto mangiarne e fa bene alla linea. I grandi chef, mi spiegava tanti anni fa la mia analista, quando vanno a casa si fanno i Sofficini. E di colpo mi sono sentito così bene che ho buttato via tutte le benzodiazepine che avevo in cucina, poiché di queste soltanto mi sono nutrito per un periodo molto figo della mia vita in cui, sotto peso ed emaciato il giusto, cuccavo alla grande. Dentro di me aspettavo il momento in cui avrei cucinato con il cuore, sarebbe arrivato di lì a poco, con le forme di una donna (della mia vita) che non ama i dolci, preferisce le cose non condite-ma-senza-menate, schiva il burro come fosse kryptonite, e se una cosa è cotta e basta, senza tanti intingoli, la fai felice. Fu amore a prima vista e sono ingrassato di 18 kg in due anni perché preparavo per tre, lei mangiava per mezzo, gli altri quattro quinti erano miei.
Ingredienti e preparazione
Allora i miei bicchieri corrispondono a 129 grammi di riso bianco carnaroli. Quindi diciamo un etto e trenta, ma se fate un etto e mezzo non cambia molto. Fatelo bollire, l’acqua nella pentola si mette fredda, ché non si sa mai. Salate a ebollizione e togliete il riso lasciandolo un po’ indietro. Scolate e fermi lì, non sciacquatelo. La ricetta ha radici emiliane, si imbastardisce in Lombardia e si perfeziona in Liguria, useremo vocaboli adeguati.
In una terrina a parte avrete battuto leggermente due uova, un pizzico di sale e noce moscata. Incorporate il riso, girate bene, facendo in modo che le uova si amalgamino e non restino parti di riso “scondite”. Aggiungete circa due cucchiai da minestra di ricotta fresca non salata, e due etti e mezzo di parmigiano reggiano grattugiato. Lo ripeto: parmigiano reggiano, non il grana padano. Fa una differenza grande così e poi la mia nonna si alza e vi prende a frustate.
Imburrate una teglia bassa, io uso una 28, per diametri maggiori aumentate proporzionalmente le dosi del riso. Un uovo ogni 70 grammi, la ricotta essendo un infighettamento non condiziona il risultato, e per quel che riguarda il parmigiano, più ce n’è meglio è. Ad ogni modo, se mettete troppa ricotta mandate tutto a quel paese quindi nel dubbio, un po’ di meno.
Foderate la teglia di pangrattato (questa è una mia versione per la quale ho preso le succitate frustate, ma io preferisco). Versate il riso e spianatelo con il retro di un cucchiaio bagnato con un filo d’acqua. Fate in modo che il tutto risulti uniforme e molto, molto basso. Infornate a 200 gradi per 15/20 minuti. Servire tiepida, o fredda, insieme a culatello, culaccia o prosciutti.
E poi pensate che questa cosa qui ha circa duecento anni, e sono duecento anni che ce lo diciamo a voce e io sono il primo che la fa uscire di casa e la mette per iscritto. I miei avi non me ne vorranno, la mia nonna freme e scudiscia, la sento, eppure è orgogliosa. Di quell’orgoglio del “fai poco, ma fallo per bene”.
Trattateci con riguardo, siamo una famiglia che se lo merita.
Sasaki Fujika nella vita tridimensionale si chiama Simone Tolomelli e cucina veramente benissimo.
Foto di Jonathan Gill
Una ricetta dal passato di… Paola De Angelis
17 Novembre 2009
Noi l’abbiamo sempre chiamata “pasta al forno”, anche se il resto d’Italia le chiamerebbe “lasagne”. Non è un timballo di pasta alla napoletana, infatti, ma le classiche sfoglie di pasta lessate, tagliate a rettangoli e sovrapposte l’una sull’altra finché ce n’é, inframmezzate da un condimento irragionevolmente sostanzioso. È un piatto epico e confortante. Epico per l’impegno richiesto nella preparazione, a dir poco sfiancante. Lo trovavo laborioso anche quando mi limitavo ad aiutare mia madre per la parte più divertente: spargere i tocchetti di mozzarella e la pioggia di parmigiano grattato, o i grassi coriandoli di mortadella e i fiocchi di burro. Confortante per il senso di appagamento, prossimo all’inebetimento, che puntualmente ti avvolgeva dopo aver fatto fuori la porzione generosa, sgominando i deboli sensi di colpa.
Per la lunghezza dei preparativi necessari all’assemblaggio della possente teglia, la pasta al forno era ed è tuttora il piatto delle feste – Natale e Pasqua – eccezionalmente riproposto anche in altre occasioni speciali, come riunioni di famiglia o ospiti venuti da lontano. Il concetto è semplice: su una struttura di sfoglia di pasta fatta in casa con uova fresche di giornata, si inseriscono i sopra menzionati “rinforzi”, tenuti insieme da un fitto ragù. Si comincia ovviamente da quest’ultimo, preparato anche uno o due giorni prima per portarsi avanti: carne macinata di manzo, salsa di pomodoro (anche questa di provenienza casalinga) con i classici odori, lasciati sobbollire sul fuoco per il giusto tempo.
L’impresa inizia al mattino presto: la sfoglia di pasta perfetta, un paio di enormi soli lasciati a essiccare sulla tavola di legno o distesi su tovaglie come un bucato all’uovo. La grossa pentola con l’acqua bollente in cui si cuociono per pochi minuti i rettangoli di pasta, poi distesi su canovacci per eliminare l’eccesso di umidità (una pasta al forno “brodosa” è un fallimento umiliante per la cuoca e una delusione per i commensali; per questo meglio non congelarla). Nel frattempo tutto il resto deve essere pronto: il parmigiano grattato, la mozzarella, la mortadella, il burro ammorbidito, il ragù… Mia madre all’opera come una catena di assemblaggio formata da una donna sola, oppure coadiuvata da bambine allettate dalla possibilità di maneggiare tocchetti bianchi grondanti latte, striscette untuose, di distribuire con grande senso di responsabilità mestolate di carne macinata e spolverate di parmigiano, rubando assaggi dell’uno e dell’altro.
Le operazioni finiscono solo quando finiscono gli ingredienti, con un ultimo strato di pasta velato dalle ultime cucchiaiate di ragù e rari fiocchi di burro (un ultimo coscienzioso pensiero al colesterolo in agguato). L’occhio della cuoca è in grado di razionare gli ingredienti in modo che niente avanzi, ma non ci si ritrovi nemmeno con un ultimo strato scondito. Quando la teglia è pronta, il suo peso specifico sorprenderebbe anche il nutrizionista più pessimista. Un breve viaggio fino alla bocca del forno, 45 minuti a 180 gradi e poi il trionfo fumante dell’ingresso nella sala da pranzo.
A tavola i commensali avevano già avuto un’intimazione di sovrappeso con un antipasto all’italiana o a Natale addirittura una stracciatella (brodo di gallina arricchito da uova sbattute al posto della pastina). L’arrivo della pasta al forno era come l’ingresso in scena della protagonista di un poema epico: matronale, leggendaria, superba, imponente, reclamava attenzione e dedizione. Nonostante le resistenze soprattutto durante l’adolescenza, quando brufoli e aumenti ponderali sono sempre in agguato, rinunciare a una porzione abbondante di pasta al forno è sempre stato impossibile. Anzi, quasi sempre si finiva per chiedere bis e misericordia contemporaneamente. Molto ambite le porzioni d’angolo, le più abbrustolite. Qualcuno sollevava lo strato superiore, quello più croccante, sia come tecnica di raffreddamento accelerato, sia per lasciare il boccone più prelibato alla fine. Le fatiche materne, la lunga gestazione insieme all’indubbia bontà, il sovraccarico di proteine, carboidrati e grassi produceva il prevedibile effetto: un senso di sazietà e completezza, un piacevole stordimento simile in qualche modo alla beatitudine post-poppata del neonato.
Per la sfoglia:
- farina di grano 00 quanto basta
- 4 uova
Per il ragù:
- olio
- cipolla
- sedano
- carota
- salsa di pomodoro
- 700 g di carne macinata di manzo
Per il ripieno:
- 1 mozzarella grande
- parmigiano reggiano grattugiato
- prosciutto magro o mortadella
- burro
Paola De Angelis, giornalista musicale e conduttrice radiofonica, ha pubblicato da poco Rockitchen (ed. Arcana), una vera e propria raccolta di ricette rock. Tutte realizzabili a casa, preferibilmente ascoltando la musica dell’artista in questione.
Foto di roboppy
Una ricetta dal passato di… Livia Iacolare
10 Novembre 2009
Gli struffoli sono un dolce natalizio tipico della tradizione napoletana, una pietanza che ha origini antichissime. Per me rappresentano soprattutto il legame che ho con la mia omonima nonna. Ogni anno ne prepara un paio di vassoi solo per me, visto che sono l’unica che le dà soddisfazione quando li mangia.
Due anni fa ebbi l’onore di apprendere da lei, la Maestra, la fine tecnica che sta dietro l’arte di prepararli e non nascondo che per me fu un momento emozionante. Ero lì, pronta ad appuntare ingredienti e dosi sul mio taccuino ma, mio malgrado, non riuscii a trascrivere niente. La sagace nonna, infatti, non fu in grado di indicare con precisione la quantità di ingredienti da utilizzare. Per lei tutto si fa “a occhio”, ovvero improvvisando secondo le intuizioni del momento. Ammetto che ho ancora il dubbio che quella volta mi abbia nascosto qualcosa; forse un ingrediente segreto gettato nell’impasto senza farsi notare… Ancora non riesco a spiegarmi perché, pur avendo assaggiato gli struffoli preparati dai pasticceri più illustri di Napoli, io continui a ritenere i suoi insuperati.
Il rituale della preparazione degli struffoli è una delle cose che ci unisce nel profondo e lei sa bene che fino a quando li preparerà avrà sempre una scusa per attirarmi nella sua tana… prendendomi per la gola, ovviamente!
Ricetta (non quella di nonna Livia, ma prendiamola per buona!)
Ingredienti
600 g di farina
4 uova + 1 tuorlo
2 cucchiai di zucchero
80 g di burro (o 25 g di strutto)
scorza di mezzo limone grattugiata
un pizzico di sale
olio (o strutto) per friggere
Per condire e decorare:
400 g di miele
confettini colorati (a Napoli si chiamano “diavulilli”)
confettini cannellini (confettini che all’interno contengono aromi alla cannella)
100 g di arancia candita, 100 g di cedro candito, 50 g di zucca candita (si trova solo a Napoli: si chiama “cucuzzata”)
Questa è la ricetta tradizionale caratterizzata dall’assenza di lievito e struffoli particolarmente croccanti. Nel caso si preferiscano più gonfi, si può aggiungere all’impasto un pizzico di bicarbonato o di ammoniaca per dolci. In questo caso, la pasta deve riposare alcune ore.
Preparazione
Disponete la farina a fontana sul piano di lavoro, impastatela con uova, burro, zucchero, la scorza grattugiata di mezzo limone, un bicchierino di rum e un po’ di sale. Ottenuta un’amalgama omogenea e sostenuta, datele la forma di una palla e fatela riposare mezz’ora. Poi lavoratela ancora brevemente e dividetela in pallottole grandi come arance, da cui ricavare, rullandole sul piano infarinato, tanti bastoncelli spessi un dito; tagliateli a tocchettini che disporrete senza sovrapporli su un telo infarinato.
Al momento di friggerli, poneteli in un setaccio e scuoteteli in modo da eliminare la farina in eccesso.
Friggeteli pochi alla volta in abbondante olio bollente: prelevateli gonfi e dorati, non particolarmente coloriti. Sgocciolateli e depositateli ad asciugare su carta assorbente da cucina.
Fate liquefare il miele a bagnomaria in una pentola abbastanza capiente, toglitela dal fuoco e unite gli struffoli fritti, rimescolando delicatamente fino a quando non si saranno bene impregnati di miele. Versatevi sopra la metà circa dei confettini e della frutta candita tagliata a pezzettini e rimescolare di nuovo.
Prendete quindi il piatto di portata, mettetevi al centro un barattolo di vetro vuoto (serve per facilitare la formazione del buco centrale) e disponete gli struffoli tutt’intorno a questo in modo da formare una ciambella. Poi, a miele ancora caldo, prendete i confettini e la frutta candita restanti e spargeteli sugli struffoli, in modo da cercare di ottenere un effetto esteticamente gradevole.
Quando il miele si sarà solidificato, togliete delicatamente il barattolo dal centro del piatto e servite gli struffoli.
Livia Iacolare conduce Geek Files su Current, è napoletana e ghiotta di Nutella. I due fatti non sembrano essere collegati.
Una ricetta dal passato di… Roberto Grassilli
3 Novembre 2009
Dai miei trent’anni di vita immerso nella cucina della bassa bolognese, svetta il ricordo di un dolce natalizio che era la bandiera d’eccellenza della mia mamma.
Il Panone di Natale, più dei famosissimi primi e di certi impegnativi secondi, era il cimento delle donne dei nostri borghi nebbiosi: già un mese prima delle festività le si poteva incontrare nelle drogherie a far incetta dei numerosi ingredienti necessari. Da parte loro, i bottegai, facevano a gara nell’esporre strutture turrite in tecnicolor di frutta candita, grossi vasi pieni di cacao, concrezioni rocciose di cioccolato fondente e infinite altre luvèrie.
La ricetta era praticamente infinita, e per le massaie della mia zona d’origine, tarate su una cucina gustosa ma semplice, diventava un fatto di orgoglio familiare. Ogni casa aveva il suo Panone (e le sue raviole, quelle mezzelune di pasta frolla con la mostarda bolognese all’interno) ed ecco cosa si diceva in casa mia di quello di tutti i nostri conoscenti: troppo chiaro, troppo secco, poco guarnito, fino alla definizione dialettale : “L’è trést!“. Tristo, un termine che tiene assieme le sensazioni papillari, olfattive, visive di una condanna senza appello.
Inutile dire quindi che il miglior Panone era quello di mia mamma. Scuro, morbido, profumato, lucido di miele. Nel giorno giusto, il nostro soggiorno si trasformava in una succursale della Fabbrica di Willy Wonka e la signora Angela, coaudiuvata da nonna Cicca, dirigeva la sua sinfonia al centro di teglie, panetti di burro, sacchetti di delizie e bottiglie misteriose. Mia sorella e io, come gattacci da bidone, strisciavamo attorno a quei preparati, colpiti, in particolare, dall’impasto soffice che colava giù dai mestoli e dai colori della frutta candita. Le due donne, angustiate, ci respingevano inesorabilmente e anzi, ci mandavano fuori nell’atmosfera sollecita della piazza a comprare il liquore di mandorla amara che era quasi finito.
Al termine della lavorazione, una serie di contenitori colmi filavano fino al forno di fiducia, per una sapiente cottura. Il nostro panettiere Ghitàn sapeva quel che rischiava e i Panoni uscivano sempre perfetti.
Fino al suo ultimo Natale, la signora Angela, senza più nonna e indebolita dalla malattia, ha prodotto la sua meraviglia. Nel mangiarlo ancora quella volta, mi rendevo conto solamente dell’impossibilità, oramai, di divorarlo in quantità pantagrueliche, come era accaduto un tempo, quando con i coetanei adolescenti si
allestivano certe merende che mettevano paura. Non potevo sapere che il Panone stava per diventare ufficialmente la mia Madeleine.
Questa ricetta trovata in rete (che ho un po’ modificato) mi pare sia molto vicina a quella di casa mia.
- 3,5 kg di farina
- 1,5 kg di zucchero
- 800 g di margarina
- 14 uova intere
- 7 bustine (da 25-30g) di lievito
- scorza di 4 limoni
- 200 g di zucchero vanigliato
- 150 g di cacao amaro
- 150 g di cacao zuccherato
- 350 g di cioccolato fondente tagliato grossolanamente
- 400 g di marmellata scura di mele cotogne
- 3 fialette di savour (sapore) o mostarda bolognese
- 800 g di frutta candita mista a cubetti piccolissimi
- 700 g di cedro candito
- 600 g di ciliegie candite rosse e verdi
- 400 g di arancia candita
- 700 g di noci (peso prima di sgusciarle )
- 700 g di uvetta sultanina
- 800 g mandorle spellate
- 2 litri di latte + altro se occorre per impastare
- liquore di mandorla amara
- miele
Preparazione
Si inizia fondendo la margarina a fuoco dolce e la si fa raffreddare, nel frattempo si grattugia la scorza dei limoni. Conservare a parte i seguenti ingredienti che serviranno per guarnire la superficie:
350 g di cedro candito, tutta l’arancia candita, tutte le ciliegie candite, 200 g di mandorle, oltre a 150 g di cioccolato fondente.
Tritare il restante cedro che andrà poi nell’impasto, insieme alle mandorle lasciate intere come i gherigli di noce.
In un recipiente molto grande fare un impasto con tutti gli ingredienti (a parte quelli destinati alla guarnizione) mettendo i 2 litri di latte a temperatura ambiente per impastare. In casa mia, quando si fa un impasto così grosso, o anche più grosso, ci rimbocchiamo le maniche e, con le manine belle pulite, cominciamo ad impastare. Voi vedete un po’, magari se fate una dose ridotta potete mescolare anche con un cucchiaio di legno ma, sappiate, che sarà faticoso perchè l’impasto sarà pesante per via di tutti gli ingredienti contenuti. Se occorre, aggiungere altro latte, poco per volta, fino alla consistenza di una pasta per ciambella (più morbida di una frolla morbida ma più soda di un pan di Spagna).
Quando il composto sarà ben omogeneo, versarlo in stampi da forno. Tagliare i canditi a pezzi grossi (cedro e arancia) a fettine di 2 mm circa di spessore e decorare la superficie dei panoni con le fette dei canditi, i due tipi di ciliegie, le mandorle e i pezzi di cioccolato che erano stati lasciati a parte: la tradizione dice che le guarnizioni vanno disposte in ordine sparso ma con un occhio all’effetto cromatico.
Cuocere in forno già caldo a 180° per almeno 1 ora a metà altezza (nella scanalatura centrale), poi provare con lo stecchino se è asciutto fino al centro.
A cottura ultimata togliere dal forno e lasciare a raffreddare dentro gli stampi di cottura; quando saranno freddi, spruzzare o meglio tamponare la superficie dei panoni con un garza pulita imbevuta di liquore di mandorla amara: questa operazione aiuterà a mantenere morbida la pasta oltre che a profumarla.
Dopo qualche ora dalla tamponature, l’ultima operazione, la lucidatura: fare fondere a fuoco dolcissimo 4 cucchiai di miele con 1-2 cucchiai di liquore di mandorla amara fino ad ottenere una bagna ben liquida e profumata con la quale si spennellerà la superficie di tutti i panoni accuratamente (se occorre prepararne altra). Se il giorno dopo si vede che la superficie non è rimasta ben lucida, ripetere l’operazione.
Si mantengono bene al fresco coperti con pellicola per alimenti o cellophane, anche per un mese o più, se ben conservati.
Roberto Grassilli è illustratore e fumettista. Autore di Net to Be, striscia ambientata nel mondo delle dot com, co-fondatore di Clarence, rockstar demenziale con Lino e i Mistoterital, vive a Rimini con la moglie (la scrittrice satirica Lia Celi) e i quattro figli: in ordine di apparizione, Emma, Gioconda, Iris e Orlando. Sono tutti belli in modo assurdo.
Wall of Fluff: a tutte coccole
8 Ottobre 2009
I gattini, i cagnolini, i cuccioletti in generale sono probabilmente la cosa più vista su Internet dopo le cosacce. O forse anche più delle cosacce, perché le cosacce le guardano quasi solo gli uomini, ma i gattini i cagnolini i cuccioletti li guardano tutti, le donne facendo dei gran mugolii di tenerezza, gli uomini di nascosto per non perdere virilità.
Wall of Fluff è una specie di Cura Ludovico della coccolosità. Una paginata, anzi, un muro di video presi da YouTube, solo e soltanto di gattini eccetera, randomizzati per la massima goduria. Una si mette lì e se li guarda per un’ora, due ore, e poi per il resto della settimana almeno l’unico cucciolo che vuole vedere è il porcetto allo spiedo. Wall of Fluff fa l’effetto dell’indigestione: ingolfa e stucca al punto di non poter più assumere la sostanza. Se su Internet perdete troppo tempo a guardare animaletti teneroni che si rotolano, assumete una dose massiccia di Wall of Fluff: diventerete peggio di Attila l’Unno.

