Ritorno a Ginevra

Otez-lui la mémoire, il n’aura plus d’amour.

Toglietegli la memoria, non avrà più amore.

Jean-Jacques Rousseau

Julie ou la Nouvelle Héloïse, parte IV, lettera XIV.

Quando sento la parola Ginevra o Genève, mi viene in mente una città a sé, unica, come se non avesse uno stato o una nazione a circondarla. Non la sento appartenere né alla Svizzera (benché sia il capoluogo di un cantone elvetico) né alla Francia (anche se in questa città si parla francese). Nessuna delle due: Genève è Genève e basta, come un incantato sospiro che appare dal nulla e nel nulla scompare.

Sono nato in un paesino della sua periferia, Chene-Bougeries, e dopo 6 mesi mi hanno portato in Italia. Ci sono tornato quando avevo 6 anni, e fino agli 8 anni ho vissuto lì. Due anni d’infanzia che hanno lasciato le impronte di luoghi, volti, colori, suoni, odori; e la musicalità di una lingua – il francese ginevrino -  che mi ha partorito quando ancora non pronunciavo parole, e mi ha riconcepito quando ho iniziato a scrivere le prime parole.

Cosa ho trovato, dopo così tanti anni, in questo viaggio di ritorno?

I simboli della città sono sempre lì. L’altissimo getto d’acqua della fontana che s’innalza nel lago, circondato da uno sfondo di prati, case d’inizio ’900 e rocciose montagne. L’orologio di fiori disteso su un prato, che risveglia il paradosso di una meccanica eternità del tempo legata all’effimera esistenza di quei petali colorati.

Dopo aver attraversato i larghi viali lungo il lago, tracciati dagli alti palazzi moderni delle banche e dei grandi magazzini, si entra nelle più strette vie del centro storico. Dal cemento si arriva e si torna alla solida e spessa pietra, alle tozze case basse dove spuntano le mura di antiche chiese, dalle quali spiccano cupole appuntite come spilli conficcati in cielo. In pochi metri si è passati dagli sfavillanti cristalli delle banche ai quadri contro luce delle vetrate delle chiese, dalla sfarzosa ricchezza della finanza all’austerità dei riformatori protestanti. Con Lutero, e soprattutto Calvino, comincia la vocazione internazionale di Ginevra, l’ispirazione ad una visione globale della civiltà. Tracce più recenti se ne trovano nei palazzi ottocenteschi, sopra uno dei quali è apposta la targa che ricorda la nascita in quel luogo della Croce Rossa Internazionale. Un filo rosso conduce al novecentesco Palais des Nations, l’Ufficio delle Nazioni Unite, sede dell’O.N.U., tentativo ininterrotto di dare una risposta complessiva ai problemi del mondo.

Cosa ho ritrovato, dopo così tanti anni, in questo viaggio di ritorno?

Ho scoperto cose che avevo solo visto, e visto cose nuove da scoprire. È accaduto quel che ha scritto Fernando Pessoa: “Quand’ero bambino / vissi, senza sapere / solo per avere oggi /quel ricordo”.

Sono tornato ai miei luoghi: alla clinica dove sono nato, alla casa dove ho abitato, al giardino dove giocavo. La prima sensazione è quella del ridimensionamento delle proporzioni: quel che era grande è divenuto piccolo. L’infanzia è come vivere con una lente d’ingrandimento, che la maturità ci toglie in cambio di un righello per misurare il distacco dal mondo. Da piccolo non vedevo l’orizzonte se non sfuocato, e toccavo invece le cose più vicine, dove lo sguardo esauriva i suoi impulsi e il corpo i suoi desideri.

Ho ritrovato degli sfondi, una specie di carta per il libro della mia anima: i mattoni dei marciapiedi con le loro regolari incavature, la parte inferiore in pietra sporgente dei palazzi, le basi decorate in ferro dei lampioni. Quel microcosmo infantile inciso per sempre nella mente, che ha affrescato le mie lunghe camminate fra un luogo e l’altro: loro sì, ormai svaniti dallo scorrere del tempo, dalla necessità di rinnovare la città e far vivere altri bambini.

Daniele Lamuraglia

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