Uno scrittore al mese: Giacomo Papi

giacomopapi_topOK, questa è la tua occasione: dimmi qualcosa che ti inserisca di diritto nel Pantheon degli scrittori seri. Un tratto distintivo da intellettuale: fumi la pipa? Ascolti solo Santana mentre scrivi? Butti giù le idee quando sei nella vasca da bagno? Ce li avrai anche tu, dei tic da artista.
Non esistono scrittori seri. E se esistessero, li detesterei. Ci sono alcuni scrittori tristi, alcuni scrittori allegri e molti scrittori medi, ci sono pochi scrittori bravi, qualche scrittore scarso e tanti scrittori medi. Se uno, quando si mette a scrivere, organizza intorno a sé una liturgia nevrotica e pomposetta per sembrare intellettuale, probabilmente scriverà cose pessime. Se poi ascolta Santana fumando la pipa nella vasca da bagno, mi verrebbe da iniziare una campagna ad hoc contro la libertà di espressione. Quanto a tic e nevrosi, ne ho, ovviamente, come qualsiasi bancario, operaio o falegname. Rispetto alla scrittura, io utilizzo coscientemente l’insonnia come metodo per avere idee e capire come svilupparle.

Scrivere: fatica mostruosa o divertimento assurdo?
Per me l’insonnia è una buona metafora del lavoro di scrivere. E non dormire, avere la testa a mille, che incolla e riattacca pensieri, effettivamente è stancante. L’aspetto faticoso dello scrivere – di scrivere davvero, dico, che non è qualcosa che si può fare sempre – è che abolisce i confini tra veglia e sonno, tra lavoro e riposo, tra concreto e immaginato. Quando scrivi – quando scrivi davvero, dico – tutto diventa scrittura, anche le relazioni, le abitudini minime, gli incontri, le frasi degli altri. È un lavoro totalitario. Per questo, almeno per me, è impossibile farlo con continuità. Non so neppure se sia un vero lavoro.

Qual è stata la prima cosa che hai scritto per te stesso (quindi non valgono i temi delle elementari o le letterine a Babbo Natale)?
Se il liceo vale, un racconto allegorico sulla noia durante una lezione di greco. Ma per me stesso non scrivo mai, perché mi costa molta fatica rileggermi.

E la prima cosa che hai scritto per farti leggere?
Una serie di ricette cannibaliche. Spiegavo come cucinare alcune tipologie umane – una teenager, un clochard, un manager. Le mandai a “Cuore”, dissero che erano “troppo dure” anche per loro.

Quanta gente ti scrive o ti contatta per farti leggere i suoi romanzi “Di sicuro impatto e grandi possibilità di vendita e ci si può sicuramente ricavare un film, anzi io a dirigerlo ci vedrei bene James Cameron”?
Grazie a Dio, in pochissimi. Normalmente chi ti invia un romanzo all’inizio è timidissimo. I problemi iniziano se il romanzo ti piace. A quel punto capita di dover lottare sulle virgole perché si sentono Faulkner. Anzi, se c’è qualcuno che ha scritto qualcosa che crede adatto per Cameron mi contatti senza problemi.

Tu ti occupi principalmente di saggistica. Se di romanzi sono pieni i cassetti, la situazione di affollamento di saggi incompresi nei suddetti cassetti qual è, per la tua esperienza?
Se si escludono tesi di laurea e lunghi articoli, credo che la letteratura appaghi il bisogno di espressione molto più di un saggio e che questa sua caratteristica sia all’origine della proliferazione di carta dentro e fuori i cassetti. È molto più difficile che uno scriva un saggio per appagare la propria immagine o per esprimere se stesso. Chi scrive saggi o è un pazzo oppure uno comunque del mestiere. Magari scrive cose assurde, ma per fortuna le manda in giro ancora in fase iniziale per capire se continuare.

Un pensiero sugli e-book l’avrai fatto di sicuro.
La cultura, e quindi anche la tecnologia, cerca sempre di rispondere a specifici problemi storici. Come la mancanza di spazio e il sovraffollamento indussero gli architetti a inventarsi i grattacieli, così, oggi, il digitale mi sembra la risposta all’assurdo accumulo di informazioni – in forma di libro, vhs, dischi e poi cd, dvd – che è uno dei tratti distintivi della società di massa. Credo che la necessità di disporre fisicamente i dvd dei film che abbiamo amato, romanzi, cd, fotografie, sia l’ultimo strascico dell’antica attitudine umana all’accumulo, non molto diversa dall’abitudine dei cani di seppellire ossi per dimenticarsene, passata attraverso l’ambizione ottocentesca del museo, della serie completa. Personalmente l’idea di liberarmi di tutto quello che pesa e occupa spazio, perfino libri, mi mette allegria.

Se qualcuno ti arriva alle spalle mentre scrivi, cosa fai? Chiudi il file, cerchi di distrarlo, o accetti tranquillamente l’inevitabile sbirciata?
Nella mia esperienza la sbirciata non è affatto inevitabile. Anzi. Mi è capitato di chiederla espressamente, e per favore, a volte con successo, altre mica tanto. L’idea che gli altri bramino di leggere quello che uno sta scrivendo mi sembra un altro dei miti che circondano la scrittura e l’arte in generale. Se uno di professione fa il clarinettista, per non sentirlo esercitarsi i familiari girano per casa con i tappi di cera nelle orecchie. Se uno fa il pittore, probabilmente la moglie impreca per l’odore di solventi. E così avviene, spesso, anche agli scrittori. Chi scrive lavora e lo fa tutti i giorni.

“Mai con…?” e “Mai senza…?”
Mai senza computer. Mai con una penna blu.

Una frase dall’ultima cosa che stai scrivendo ora.
“Non siamo nani seduti sulle spalle dei giganti. Siamo farfalle che sfottono bruchi. Siamo bruchi che sfottono farfalle.”

Giacomo Papi è editor per Einaudi e scrittore. Il suo ultimo libro si intitola È facile ricominciare a fumare (se sai come farlo) (Einaudi Stile Libero, 2010).

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