La relatività della “ricetta facile”
A volte è un’amica, più spesso è la mamma o una zia; più di rado una sorella o un amico con il pallino della cucina. Gente dalle cui mani escono piatti di una bontà devastante, contemporaneamente leggeri e gustosi, presentati in maniera divina e preparati in modi che sfuggono a tutti tranne che ai veri esperti. E noi, ingenue, domandiamo:
“Ottimo! Come l’hai fatto?”
“Ah, è una ricetta facilissima” si schermisce la novella Artusi. E procede con la spiegazione.
La ricetta da lei descritta è un intrico di “un pizzico”, “un mestolo”, “un pochino”, “a occhio”, quando non genericamente “farina, burro, uova” e arrangiati a capire le dosi e come si mescola. A quel punto, stordita, le chiedi di trascrivertela: lei, paziente, lo fa.
La ricetta non ha niente a che vedere con quella che ti ha esposto cinque minuti prima, ma contiene il doppio degli ingredienti alla rinfusa, indicazioni ancora più vaghe e verbi in dialetti oscuri. Ringrazi, metti via e dimentichi.
Oppure ringrazi, metti via e provi a replicare la ricetta, con risultati disgustosi.
La “ricetta facile” non esiste. Nemmeno le uova al tegamino sono facili (alzi la mano chi ha capito come fare a cuocere correttamente l’albume per evitare che ne rimanga una patina vischiosa sopra il tuorlo). La cucina è un’arte ma anche una scienza, e chi non ha i rudimenti della scienza difficilmente può imitare l’arte, oppure produrne di propria. La prossima volta che mangiate qualcosa di davvero squisito che la cuoca non vi sa spiegare, lasciate perdere: tanto, è probabile che lo faccia apposta.
Foto di WordRidden











