Elogio della pigrizia
O pigrizia, fra i peccati capitali il più sottovalutato; ché la lussuria la praticano un po’ tutti con decrescente senso di colpa, l’ira è uno sport nazionale e l’avarizia, in tempi di crisi, superflua. Se esistessero più pigri consapevoli, determinati a peccare con costanza invece che a casaccio e standoci poi malissimo, il mondo sarebbe un posto più rilassato.
Sì, è vero, non è bello essere pigri se c’è gente che dipende da te. Per cui l’ideale sarebbe prendere meno impegni che non si possono mantenere, essere precisi solo su quelli, e poltrire il resto del tempo: ma sappiamo che la nostra società è orientata all’efficienza. Scavarsi spazi di pigrizia assoluta è difficile, eppure si può e si deve. Ovvio? Mica tanto. Soprattutto per le donne, che se non stanno lavorando hanno di sicuro mille cose arretrate da fare delle quali non si occuperà nessun altro. La sfida è proprio dire di no, impigrirsi, rammollirsi, farsi la pedicure per ore, leggere libracci rosa (perché tutto si deve impigrire, anche il cervello deve andare al minimo), allontanare ogni preoccupazione. Dormire, soprattutto, a ore assurde. Fare tardi. Non uscire. Dire di no.
La pigrizia non è un vizio, è un dono che ci facciamo quando siamo a rischio sovraccarico. La scoperta incredibile, quando un iperattivo impara la pigrizia, è che il mondo continua a girare, quello che deve essere fatto può essere delegato oppure trascurato, e non muore nessuno. Se sopravvive all’ansia, il neoconvertito alla pigrizia è una persona molto più felice di prima. Evviva la pigrizia, evviva la lentezza, evviva il caldo che ci rallenta tutti. “Tornerà un altro inverno”, cantava Bruno Martino: eh, purtroppo.
Foto di kirainet











