“Una volta ho sognato…”: la gentildonna
Mi si chiede di parlare di sogni, e dei miei posso sicuramente dire che sono di solito piuttosto articolati e amano lasciare impronte: la maggior parte delle volte appena sveglia riesco a ripescare almeno le sensazioni e ogni tanto anche qualche immagine. Per un periodo relativamente breve della mia vita questa consuetudine si è interrotta e l’impressione era quella di non aver sognato affatto: il risveglio era semplicemente come riaccendere la luce in una stanza buia, nessun senso di smarrimento e sospensione tra sonno e realtà. Poi i sogni sono tornati a farsi ricordare e soprattutto i primi, forse per una sorta di reazione al nulla che li precedeva, la mattina sono rimasti impressi in maniera così vivida e precisa da sembrare spezzoni di un film. Uno dei primi è questo che all’epoca ho voluto appuntare e cercato di riassumere con una fotografia.
Sto andando in qualche posto, forse cercando qualcuno. Attraverso un gruppo di case basse e bianche notando che tutto è molto silenzioso, tanto da non riuscire a capire se ci sia qualcun altro nelle vicinanze. È una bella giornata, c’è una luce molto intensa e quando alzo lo sguardo sopra di me il cielo è limpido e di un blu perfetto. Più in là, verso destra, vedo una coperta di nuvole uniforme, bianca, soffice, innocua che si allontana con moto costante e sostenuto. Riabbasso lo sguardo, intorno ancora nessuno. Mi volto, ricomincio a camminare e all’improvviso qualcosa mi dice di voltarmi e riguardare il cielo: le nuvole stanno continuando il loro viaggio in direzione opposta alla mia, sembra tutto ok. Poi, all’improvviso, stop: le nuvole si fermano, come bloccate. È troppo strano, penso sia solo un’illusione e guardo meglio: ora stanno addirittura tornando indietro verso di me, con lo stesso andamento costante con il quale si allontanavano prima. Mi accorgo però di qualcosa che inizia a formarsi uscendo da sotto la coltre: uno, due, tre…conto quattro imbuti che crescono a vista d’occhio. Non c’è dubbio, si tratta di trombe d’aria: mi occorre un riparo. Giro a sinistra e entro in una delle case; la mia non era solo un’impressione, non c’è proprio nessuno. Cosa si fa in questi casi? Non so, intanto chiudo le finestre. Ma quante ce ne sono? Mi affaccio in tutte le stanze e sono tutte uguali, tutte vuote; nessun mobile, nessun essere umano. C’è solo una vecchia finestra, è molto rovinata e non sembra proprio qualcosa che possa resistere a un tornado. Comunque io chiudo, pensando che sia meglio di niente. Mi guardo intorno, davanti a me c’è l’ultimo spiraglio di luce. La mia mano sinistra è già sull’anta, il braccio prima spinge e poi si piega, accompagna la spalla e l’orecchio per il gesto successivo: appoggiarsi, ascoltare. Buio.
La gentildonna è persona di buon gusto e di solito molto pacata; però quando vede qualcosa che le piace veramente sgrana gli occhi e si trasforma in una bimba raggiante pronta a scattare.











