San Valentino che?
Ci sono un sacco di motivi per tirare il fiato ogni volta che San Valentino è dietro le spalle. Anche gli accoppiati, se dotati di un minimo senso estetico, non possono che trovare tutto il tourbillon di celebrazioni inutile e fastidioso. Sarà che non abbiamo più quindici anni, quando farsi un regalo e uscire insieme quella sera lì era un modo in più di dirsi “Sono tuo per sempre”, anche se “per sempre” significava “fino alla prossima settimana, quando mi mollerai per un altro”.
San Valentino reca con sé un battage pubblicitario che riduce i sentimenti a cartolina: la compilation strappacore (una, due, tre, quattro, ogni casa discografica fa la sua ricicciando i classici di propria spettanza e infilandoci dentro artisti in promozione), gli sconti su qualsiasi cosa (come se una potesse essere felice di farsi regalare un aspirapolvere), i menu dai prezzi gonfiati al ristorante, tutto è fatto per aggredire il consumatore e mettergli addosso la pressione di dimostrare il suo amore nel modo più spettacolare possibile.
Nessun giorno come San Valentino riesce a far sembrare l’amore un obbligo sociale, un triste rituale da espletare per poi tornare a volersi bene davvero. I single sono costretti a ironizzare (“Io festeggio San Faustino, ha ha ha”), gli accoppiati a prendere posizione con il rischio di sembrare aridi se non festeggiano, e melensi se festeggiano. E poi c’è l’immortale “Io festeggio tutto l’anno”, che invariabilmente manda in bestia le donne – come al solito, poste dalla parte del ricevente – e viene usato come comoda scappatoia da uomini che non festeggiano mai.
Insomma, è più o meno finita, e sapete cosa, adesso forse le canzoni d’amore torneranno a piacerci un sacco.











