Ogni mese una tentazione

La tradizione gastronomica italiana è antica e variegata, e ricca di piatti speciali. I dolci, in particolare, sono deputati a segnare le principali ricorrenze del calendario religioso. In altre parole, insomma, non c’è periodo dell’anno in cui si possa sfuggire alla tentazione di un dolce tipico; questo senza contare le feste commerciali. Ma vediamo un po’ fra quante e quali squisitezze si deve fare lo slalom per mantenere un rigoroso ascetismo alimentare.

A Capodanno sono d’obbligo panettone e pandoro, mentre il 6 gennaio (Epifania), i supergolosi possono fare scorpacciata di carbone di zucchero. Febbraio reca la doppia minaccia di San Valentino, con le sue onnipresenti scatole di cioccolatini, e Carnevale, in cui trionfano i dolci fritti: chiacchiere (o cenci, o crostoli, a seconda della regione), frittelle di pane e mele, e castagnole. Nel barese si mangiano anche i tenerelli, confetti tondi colorati al cioccolato con cuore di nocciola intera, e le scarcelle, ciambelle glassate che possono anche prendere la forma di trecce, canestri, agnellini e via dicendo. Il 19 marzo (San Giuseppe e Festa del Papà), nel Lazio si celebra con i bignè di San Giuseppe.

Pasqua è forse il momento dell’anno in cui il dolce tradizionale vive la sua massima esplosione. A parte l’uovo di cioccolato e la colomba, ogni regione d’Italia ha un suo dolce tradizionale di Pasqua. A Viterbo si prepara la pizza di Pasqua, simile alla pinza triestina, entrambi dolci lievitati a base di uova e farina. Ma la più grande orgia di zuccheri, probabilmente, è rappresentata dai dolci in pasta di mandorle.

L’estate è forse l’unico momento dell’anno in cui la sbornia calorica si allenta, anche grazie alla scarsità di feste religiose (se si fa eccezione per Ferragosto, o Assunzione di Maria). Ottobre porta il castagnaccio, da consumarsi con o senza un pretesto valido. La nuova esplosione si ha per il 2 novembre, Giorno dei Morti. In diverse regioni d’Italia si consumano le fave o ossa dei morti, dolcetti a base di mandorle, e aromatizzati alla vaniglia, al cioccolato o all’acqua di rose. A Rimini si mangia la piada dei morti, una focaccia all’uvetta col mosto nell’impasto e una guarnizione di mandorle e noci. In Sicilia troviamo invece la mani, un pane ad anello modellato a forma di braccio che unisce due mani, e il pane dei morti, un pane di forma antropomorfa che originariamente si suppone fosse un’offerta votiva ai trapassati. Alla festa dell’Immacolata, infine, sempre in Sicilia si mangiano gli sfinci, frittelle dolci che si servono col miele, mentre per Santa Lucia si prepara la cuccìa, una torta di grano con crema di ricotta, zucca candita, vaniglia e miele di zagara.

E con questo si arriva a Natale, e il cerchio si chiude: ritroviamo il panettone e il pandoro. E siamo pronti a un altro anno di dolcissimi vizi.

Foto di ho visto nina volare

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